
1000 ANNI DA VAMPIRO
1000 Anni da Vampiro, di Tim Hutchings, è un gioco di ruolo in solitaria incentrato su memoria, perdita e identità. Attraverso una serie di Spunti, il giocatore racconta i secoli di esistenza del proprio Vampiro, dalla perdita della mortalità fino alla sua inevitabile fine, conservando alcuni ricordi e lasciandone inevitabilmente svanire altri.
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1000 Anni da Vampiro
Con questo episodio prende il via 1000 anni da Vampiro, una nuova rubrica narrativa di Isthbox nata da una partita all’omonimo gioco di ruolo in solitaria.
La storia attraversa quasi mille anni di cambiamenti, seguendo il passare del tempo attraverso epoche, luoghi e trasformazioni della società.
Gli eventi emersi durante il gioco vengono trasformati in un diario narrativo, mantenendo come base ciò che è realmente accaduto durante la partita e sviluppandolo attraverso episodi, ambientazioni e frammenti di vita.
Una parte particolarmente divertente del gioco è stata la necessità di documentarsi, di volta in volta, su fatti, personaggi ed eventi storici, così da rendere la cornice del racconto il più possibile realistica. Alcune delle informazioni emerse durante questa ricerca sono state raccolte nelle note storiche alla fine dei capitoli.
Quello che segue è l’inizio di questo lungo viaggio.
Avviso contenuti: gioco d’azzardo, debiti, minaccia fisica, sangue.
Prologo
Milano, 2026
La casa doveva essere ristrutturata.
Non c’era nulla che facesse pensare potesse nascondere qualcosa di particolare. Mobili vecchi, pareti da rifare, stanze rimaste troppo a lungo chiuse. Uno di quei luoghi che, prima di tornare a essere abitati, devono essere quasi smontati pezzo per pezzo.
Fu durante la rimozione del pavimento che qualcuno si accorse dell’anomalia.
Una porzione della struttura sottostante non coincideva con il resto. Nessuna botola visibile, nessuna serratura, nessun segno che lasciasse immaginare un passaggio.
Solo un incastro costruito con troppa precisione per essere casuale.
Sollevandolo si scoprì un vano poco profondo ricavato sotto il pavimento.
Era asciutto e pieno di carta.
Quaderni, registri, fascicoli, fogli sciolti e volumi rilegati in epoche diverse. Alcuni erano fragili al punto da non poter essere aperti senza attenzione. Altri sembravano molto più recenti. Non era possibile capire da quanto tempo fossero lì nè perché fossero stati raccolti proprio in quel luogo.
Le grafie cambiavano. Anche le lingue. Le date, però, erano la cosa più difficile da spiegare.
All’inizio sembrò naturale pensare a un archivio appartenuto a più persone. Forse una famiglia. Forse una raccolta costruita nel corso delle generazioni. Questa era la spiegazione più ragionevole.
Uno dei quaderni più vecchi venne appoggiato sul tavolo. La copertina cedette leggermente quando fu aperta.
Sulla prima pagina, dopo poche righe quasi cancellate dal tempo, iniziava una testimonianza.
Episodio 1 – Il Baro di Milano
Mi chiamo Alessandro Bianchi.
Lo scrivo perché un nome, quando viene messo sulla carta, pare cosa più salda di quanto sia davvero. Pare pietra. Pare muro. Pare promessa fatta davanti a Iddio e agli uomini.
Invece un nome, ho scoperto col tempo, è poco più di un panno steso al vento.
Sono nato a Milano nell’anno 1100 di Nostro Signore, figlio di un tintore. Da lui ho preso il cognome. Mio padre sa cavare il colore dalle mani degli uomini e metterlo nei tessuti. Sa riconoscere la qualità di una lana al tatto, il prezzo giusto di una pezza, l’inganno di un mercante prima ancora che quello apra bocca.
Io ho imparato da lui molte cose utili, ma non la prudenza.
Da ragazzo credevo che il mondo fosse una stoffa ancora da tagliare e che a me spettasse solo scegliere la forma dell’abito. Avevo buona mano nel disegno, occhio per le tinte, lingua pronta per il commercio. Sapevo trattare con un cliente, sorridere a un creditore, convincere un compratore che il panno davanti a lui fosse migliore di quanto fosse, e forse, nei giorni più fortunati, lo era davvero. Non tutto ciò che ho venduto era menzogna.
Questa è una frase che scrivo spesso, quando voglio chetare la mia coscienza.
Di giorno ero mercante di stoffe, figlio utile, uomo ancora giovane e abbastanza ben visto da chi non guardasse troppo da vicino. Di notte ero altra cosa. Le osterie di Milano mi conoscevano meglio della chiesa, meglio della bottega, meglio della tavola di mio padre. Conoscevano il modo in cui sedevo, il modo in cui ridevo prima di mentire, il modo in cui tenevo le dita vicino ai dadi anche quando non era ancora il mio turno.
Sono stato molte cose, e forse lo sarò ancora.
Ma prima di tutto sono stato un baro.
Un baro, un bugiardo, uno scapolo impenitente e un debitore. Ho riempito la mia famiglia di debiti con la stessa facilità con cui altri uomini riempiono una brocca d’acqua. Una moneta presa in prestito diventava due, poi cinque, poi una promessa, poi una minaccia. Io tenevo il conto solo quando mi conveniva. Quando non mi conveniva, lo lasciavo fare agli altri.
Gli altri, purtroppo, hanno sempre avuto buona memoria.
Francesco De’ Bardi diceva che io avevo il volto di un santo appena caduto male da un altare. Lo diceva ridendo, con quella sua voce fiorentina che pareva sempre sul punto di venderti qualcosa, anche quando ti stava offrendo da bere. Lo chiamavano il Falco, non so se per gli occhi, per il naso o per la maniera in cui vedeva un guadagno da lontano. Era mercante, socio, compagno di giocate e di bevute. Non era uomo senza peccato, ma i suoi peccati avevano una franchezza che ai miei è sempre mancata.
Lui imbrogliava come si tira di scherma: mostrando il polso, sorridendo all’avversario, lasciandogli capire troppo tardi di essere già stato ferito.
Io imbrogliavo come si ruba il pane: gretto, maldestro e sempre di corsa.
I dadi me li diede lui, poco prima di partire per Firenze. Li mise nel palmo della mia mano come si consegna una reliquia o una bestemmia.
“Usali solo se devi,” mi disse.
Gli risposi che avrei dovuto tutti i giorni.
Rise. Vorrei ricordare meglio quel suono.
Erano piccoli, lisci, con gli spigoli consumati da mani che avevano sperato, tremato, maledetto. A vederli parevano dadi comuni. A sentirli rotolare sul legno, invece, avevano una voce diversa. Non più forte, non più falsa. Solo più docili.
Quella sera vinsi una grande somma.
Grande abbastanza da far tacere qualche creditore. Grande abbastanza da comprare per alcuni giorni il rispetto di uomini che il giorno prima avrebbero sputato al mio passaggio. Grande abbastanza da farmi pensare, per un momento, che il Signore avesse chiuso un occhio sulla mia miseria e mi avesse concesso una via d’uscita.
Dovrei smettere di giocare, scrissi quella notte.
Lo scrissi davvero.
Lo scrissi mentre contavo il denaro.
Lo scrissi mentre immaginavo già il tavolo successivo.
C’è un momento, nel gioco, che non somiglia a nessun’altra cosa. Prima che il dado si fermi, prima che l’uomo davanti a te capisca se deve ridere o disperarsi, prima che la stanza scelga da quale parte voltarsi. In quel respiro minuscolo il mondo non è ancora accaduto. Tutto è possibile. Il debito, la vergogna, il sangue, il nome di tuo padre, gli occhi di tua sorella: ogni cosa resta sospesa.
Io vivevo per quel respiro.
Non per il denaro. Il denaro era importante, certo. Il denaro paga il vino, i debiti, i silenzi e certe porte che altrimenti resterebbero chiuse. Ma il denaro non era il centro. Il centro era quel vuoto breve in cui potevo credere che la fortuna fosse una donna innamorata di me e non una serva vecchia e stanca che avrebbe chiesto il suo salario.
Vittorio Martini, detto il Rosso, conosceva bene il salario della fortuna.
Era un uomo elegante. Questa è la cosa che mi turbava di lui più della crudeltà. La crudeltà, almeno, si può immaginare con denti brutti, mani sporche, alito di vino cattivo. Il Rosso no. Vestiva bene, parlava piano, sceglieva le parole come un prete sceglie il coltello per tagliare il pane consacrato. Aveva capelli rossastri, ma non so se il soprannome venisse da quelli o da altro. Nessuno glielo chiedeva.
A Milano c’erano uomini che comandavano perché avevano terre, altri perché avevano un nome, altri perché avevano uomini armati.
Il Rosso comandava perché ricordava ciò che tutti volevano dimenticare.
Ricordava ogni prestito, ogni promessa, ogni scadenza, ogni notte in cui avevi giurato che avresti pagato al prossimo mercato. Ricordava anche il tremore nella voce. Quello, forse, più di tutto.
Io gli dovevo denaro. Non poco.
Per un tempo sufficiente riuscii a tenerlo lontano con sorrisi, acconti, bugie ben tagliate e altre bugie cucite sopra le prime. Poi una sera mi fece chiamare.
Non ricordo l’uomo che venne a prendermi. Ricordo la sua mano sulla mia spalla. Ricordo che non strinse forte. Non ne aveva bisogno.
Il Rosso mi aspettava vicino al Nirone.
L’acqua scura correva bassa, portandosi via scarti, odori, parole dette da uomini che avevano scelto luoghi appartati per non essere uditi. Milano sa essere rumorosa come un mercato e silenziosa come una tomba, se conosci le strade giuste.
“Alessandro,” disse lui, come se mi incontrasse a una festa.
Gli sorrisi. Ebbi persino la sfrontatezza di inchinarmi un poco.
Parlammo di denaro. O meglio, parlò lui. Io risposi con quella mia lingua agile che tante volte mi aveva salvato e che quella notte mi parve, per la prima volta, una cosa piccola. Promisi. Spiegai. Giurai. Misi in mezzo ritardi, carovane, merci non ancora vendute, debitori miei che avrebbero pagato a breve. Ogni parola cadeva davanti a lui come una moneta falsa.
Il Rosso mi lasciò finire.
Poi estrasse il pugnale.
Non lo fece con rabbia. Fu questo a gelarmi. Se mi avesse colpito in preda all’ira, avrei potuto odiarlo più facilmente. Invece mi tagliò la spalla con calma, quasi con cura, come un uomo che segna una misura su una stoffa prima del taglio vero.
Il dolore arrivò dopo. Prima arrivò lo stupore.
Sentii il caldo del sangue sotto la veste. Sentii le ginocchia farsi molli. Sentii, per la prima volta in vita mia, una paura così netta da non poterla confondere con vergogna, eccitazione o rabbia.
Avevo avuto paura molte volte. Paura di essere scoperto, paura di perdere, paura di dover confessare a mio padre quanto fosse profonda la fossa scavata sotto i nostri piedi.
Quella era diversa.
Per la prima volta ebbi paura per la mia esistenza.
Il Rosso guardò il taglio con aria soddisfatta, poi gettò il pugnale nel Nirone. Disse che il prossimo segno sarebbe stato più difficile da nascondere. Disse anche altro, immagino. Le minacce degli uomini come lui si assomigliano tutte, quando le ricordi da lontano.
Io ricordo l’acqua.
Rimasi lì dopo che se ne fu andato. La spalla bruciava. La veste si appiccicava alla pelle. Avrei dovuto tornare a casa, inventare una caduta, pregare, dormire. Invece entrai nel fango e nell’acqua bassa del Nirone finché le dita non trovarono il ferro.
Lo raccolsi.
Era un brutto oggetto, eppure mi parve prezioso. Non perché mi avesse ferito. Perché mi era stato lasciato.
Quella notte portai a casa il pugnale del Rosso come altri portano una promessa. Non so se pensassi davvero di restituirglielo nel corpo. Forse sì. Forse già allora confondevo la giustizia con il desiderio di non sentirmi piccolo.
Pulii la lama meglio che potei. Poi la nascosi.
Ci sono oggetti che non dovrebbero restare con noi. Il pugnale era uno di questi. Anche i dadi, forse. Anche quell’amuleto.
L’amuleto l’avevo fatto per Gisla quando era bambina. Un sasso piatto, trovato non ricordo più dove, e un laccio di cuoio. Nulla di valore. Proprio per questo mi pareva importante. Forse le cose povere sanno custodire meglio l’affetto.
Gisla era mia sorella minore. Giovane, intelligente, ribelle. In famiglia dicevano che aveva indole viva, ma lo dicevano con quella cautela che si usa per le cose che piacciono e spaventano insieme. Faceva domande quando avrebbe dovuto tacere. Ascoltava con attenzione chiunque sapesse qualcosa che lei non sapeva ancora. Aveva fede, o almeno cercava qualcosa che chiamava con quel nome. Io non ho mai capito se cercasse Dio, libertà o un luogo dove nessuno le dicesse chi essere.
Nostro padre voleva che prendesse i voti.
Lo scrivo e già sento la rabbia tornare, benché sulla carta io possa fingere misura. Diceva che era una buona strada. Che sarebbe stata al sicuro. Che una figlia intelligente poteva servire il Signore meglio di quanto avrebbe servito un marito scelto male. Che la casa ne avrebbe avuto onore. Che forse, aggiungo io, una bocca e una colpa in meno avrebbero alleggerito il peso dei miei debiti.
Non so se Gisla lo volesse.
Questa è la parte che mi tormenta, perché al tempo credetti di saperlo. Credevo sempre di sapere ciò che Gisla voleva. Credevo di conoscerla meglio di nostro padre, meglio dei confessori, meglio di lei stessa. E quando un uomo ama così, forse non ama. Forse custodisce. Forse possiede.
Quella notte mi restituì l’amuleto.
Non lo fece con crudeltà. Questo mi irritò ancora di più. Se me lo avesse gettato addosso, se mi avesse insultato, se avesse detto che non voleva più nulla da me, avrei potuto rispondere. Invece me lo mise in mano con dolcezza, come si restituisce una cosa che ha compiuto il suo tempo.
“Tienilo tu,” disse.
O forse non disse così. Forse la memoria mi ha dato una frase semplice perché non vuole ricordare quella vera.
Il sasso era tiepido della sua pelle.
Domandai se quella fosse la risposta. Domandai se avesse scelto nostro padre. Domandai se mi stesse lasciando solo in mezzo ai miei guai come tutti gli altri. Lei mi guardò in un modo che non sopportai. Non con disprezzo. Non con pietà.
Mi disse che non tutto riguardava me.
E io, che avevo debiti con mezza Milano, sangue nell’anima, sulla veste e un pugnale nascosto, trovai quella frase ingiusta.
Quella sera misi sul tavolo i dadi di Francesco, il pugnale del Rosso e l’amuleto di Gisla. Tre oggetti piccoli. Tre prove, se qualcuno avesse avuto la bontà di leggerle al posto mio. Avrebbero potuto dirmi tutto.
I dadi: la menzogna.
Il pugnale: la paura.
L’amuleto: il possesso.
Invece li guardai come si guardano gli strumenti di una salvezza futura. Con i dadi avrei vinto altro denaro. Con il pugnale avrei pareggiato un’offesa. Con l’amuleto avrei ricordato a Gisla chi era stata prima che altri decidessero per lei.
Scrivendo, mi accorgo che non ho mai saputo distinguere tra ricordare e incatenare.
Fuori, Milano continuava a vivere. Le botteghe chiudevano. Le taverne si riempivano. I carrettieri bestemmiavano contro il fango. I preti chiamavano alla preghiera chi aveva ancora voglia di essere perdonato. Io avevo monete sufficienti a rimandare la rovina, una ferita che pulsava sotto la stoffa, un’amica fortuna che mi sorrideva solo quando le mentivo, e una sorella che stava uscendo dal cerchio delle mie mani.
Dovrei smettere di giocare.
Dovrei pagare il Rosso.
Dovrei chiedere perdono a mio padre.
Dovrei dire a Gisla che ho paura.
Dovrei…
Invece ho lavato il sangue dalla spalla, ho contato ancora il denaro, ho nascosto il pugnale dove nessuno potesse trovarlo e ho tenuto l’amuleto chiuso nel pugno finché il bordo del sasso non mi ha lasciato il segno nella carne.
Non era ancora una ferita.
Lo sarebbe diventata.
Brevi note storiche
1. Milano all’inizio del XII secolo
La Milano di Alessandro non va immaginata come una metropoli moderna, ma nemmeno come un piccolo borgo. All’inizio del XII secolo era già un centro urbano importante, attraversato da attività artigiane, commerci, famiglie influenti e tensioni politiche. Dare un numero preciso di abitanti per il 1100 sarebbe rischioso; è più prudente ragionare sulla dimensione fisica della città. La cinta tardo-romana di Massimiano aveva protetto un’area di oltre 100 ettari, con un perimetro di circa 4,5 chilometri. Dopo la distruzione compiuta da Federico Barbarossa nel 1162, Milano ricostruirà una cerchia medievale più ampia, segno di una città ormai cresciuta anche oltre il nucleo antico. VisitMilano, Treccani
2. Il Nirone, oggi
Il Nirone era uno dei corsi d’acqua legati alla Milano antica e medievale. Il suo tratto cittadino fu modificato già in epoca romana e venne associato al cosiddetto Piccolo Sevese, ancora oggi chiamato anche “Nirone”. Oggi questo corso d’acqua scorre sotto il manto stradale del centro: dalla zona di Foro Bonaparte e via Tivoli passa sotto via San Giovanni sul Muro, corso Magenta e via Nirone, arriva verso il Carrobbio e poi confluisce in piazza Vetra nel canale Vetra. Anche il nome di via Nirone conserva memoria di quel corso d’acqua nascosto. Nirone, I canali di Milano
3. Debiti, gioco e botteghe
L’episodio usa il gioco d’azzardo e il debito come motore narrativo, non come semplice vizio pittoresco. In una città di mercanti, artigiani, botteghe e rapporti personali, la reputazione era una forma di capitale.
Nel Medioevo il gioco d’azzardo era ampiamente diffuso, soprattutto attraverso dadi, tavole e scommesse informali. Era praticato in osterie, mercati e spazi pubblici, nonostante condanne morali, divieti e sanzioni periodiche da parte delle autorità religiose e civili. Per Alessandro il problema non è soltanto perdere denaro: è perdere credito, fiducia, posizione familiare e controllo su se stesso. Il gioco nel Medioevo, Il gioco d’azzardo nel Medioevo.