IL CAVEAU AUREO – La Scommessa Stigea – Episodio 04
Le solite note:
- Ci saranno spoilers è evidente. Difficile creare una storia da una delle avventure originali del libro nell’immagine dell’articolo senza non farne: per cui l’eventuale lettore si ritenga avvisato.
- Il master è stato (e sarà) Grumpy Ze mentre Gattone, Piolo ed io (Isth) i giocatori di questa sessione.
- Il tono del racconto è volutamente scherzoso.
- l’Entità Senza Nome non fa parte delle avventure, ma è una semplice e forse neanche troppo originale invenzione narrativa.
- Nel momento della scrittura di questo articolo non mi sovviene altro possibile avviso di allerta da sottoporre al lettore, ma mi riservo il diritto di aggiungerne altri ad ogni nuova sessione.
- Buona lettura!
Specchi, chiavi e birre in ritardo
In cui si infilano porte, si trovano oggetti sospetti e il birraio sbaglia cliente
La porta del personale vicino al bar non aveva l’aria di essere pericolosa. Sembrava una porta come un’altra: un po’ usurata, vagamente unta, e con quel cartello “RISERVATO” che, nel linguaggio degli avventurieri, significa “ENTRA ORA”.
Menasfil e Rennoise decisero che era giunto il momento. Roscoe, con la solida pazienza dei monaci e il pragmatismo dei buttafuori, prese posizione poco lontano, pronto a distrarre, ostacolare e, se necessario, iniziare una discussione filosofica sulla qualità del luppolo.
Non appena la porta si aprì e Rennoise vide uno specchio appoggiato nel corridoio, la sua reazione fu istintiva quanto teatrale: richiuse tutto e si appiattì contro il muro come se avesse visto riflessa la sua adolescenza.
«Specchi!» sibilò. «Mai fidarsi di chi riflette troppo!»
Non si arresero. Il secondo tentativo fu più coreografato. La stregona, travestita con uno dei costumi da scena recuperati in lavanderia, una tunica aderente con paillettes e un’aura di io ho accesso, entrò con passo deciso. Dietro di lei, il ladro sgattaiolò come un pensiero sconveniente, e si infilò nella prima stanza aperta che trovò.
Dentro, un’enorme scrivania e sopra di essa un libro così spesso che sembrava più adatto a essere usato come arma contundente che come registro contabile. L’halfling provò a leggerlo. I numeri danzavano, le colonne sembravano giudicarlo. Ma lui, armato di testardaggine e scarsa alfabetizzazione contabile, resistette. Con scarsi risultati.
Nel frattempo, Menasfil avanzava lungo il corridoio. La luce era fioca, l’aria più calda, e dietro una svolta a destra sentì voci. Non urla, ma parole basse, dense di complicità o segreti. Decise di non andare oltre. In compenso, trovò una porta aperta.
Dentro, una scrivania dalle dimensioni ridotte e suppellettili evidentemente pensate per una creatura piccola. Lo gnomo?, pensò. Finalmente una stanza a sua misura.
Iniziò a rovistare. Il terzo cassetto rivelò due oggetti che definirli “fuori luogo” era riduttivo: una chiave di vetro (per chi ama vivere pericolosamente anche quando apre cassetti) e una bacchetta d’osso con due teste di minotauro in rame alle estremità. L’intera combinazione sembrava urlare “non toccarmi”, quindi ovviamente lo fece.
Fuori, il mezzorco notò che due baristi stavano avvicinandosi alla porta. Decise che era il momento di usare ogni mezzo possibile. E per lui, questo significava: lamentarsi della birra.
«È tiepida!» disse con voce risentita. «E troppo chiara! E… manca schiuma! Anzi, sapete cosa? Forse ho ordinato birra, ma ho ricevuto… delusione liquida!»
La discussione degenerò in un dibattito sulla birra artigianale. I baristi si trovarono coinvolti, uno si offese, l’altro citò il nome di un birrificio elfico. Roscoe, nel frattempo, tentava in ogni modo di guadagnare tempo sperando che che i compagni leggessero la sua mente semplice: uscite adesso, o comincio a parlare di idromele.
Nel mentre, Rennoise — che stava ancora fissando il libro mastro come se gli avesse rubato l’infanzia, ebbe un’improvvisa Epifania. Le cifre si allinearono. Le note si chiarirono. Il nome “Virgilio” comparve accanto a dettagli sul Caveau del casinò. Era una scoperta utile. Anzi, fondamentale. Il tipo di scoperta che normalmente prevede una trappola. Ma non questa volta. O forse sì. Ma non ancora.
Quando Menasfil fece capolino dalla porta, i due uscirono il più in fretta possibile, correndo come ladri… che sono effettivamente ladri. Arrivarono fuori appena in tempo per trovare Roscoe, evidentemente alticcio, che gesticolava con la grazia di una taverna in fiamme e dibatteva con altri avventori sulla filosofia della fermentazione.
«La schiuma è l’anima della birra!» stava dicendo. «E questa birra… questa non ha nulla da dichiarare!»
I tre si allontanarono rapidamente.
Avevano Informazioni preziose.
E un monaco che stava quasi per fondare un sindacato di consumatori.
Rune, Teca e Tentativi
In cui si esplora, si fallisce con stile e si parla con una nana convinta di aver vinto tutto tranne il buon senso
Il piano era semplice: tornare alla sala del torneo per osservare la teca.
Semplice. Come sempre. Anche quando si complica.
Menasfil, Rennoise e Roscoe si rifecero strada tra le colonne di basalto, le luci colorate e i croupier truccati peggio degli incantatori falliti. La sala era illuminata da un soffitto basso che rifletteva la luce su ogni superficie con un’intensità che suggeriva: nessuno qui ha segreti, a parte quelli nascosti molto bene.
Cercando di essere furtiva, cosa non sempre garantita con una gonna aderente e un’aura da strega di corte, Menasfil attivò l’Occhio della Strega. Voleva vedere l’invisibile. E l’invisibile rispose. La teca emetteva un’aura magica. Le rune scolpite lungo il bordo della teca brillavano come zanzare arcane: piccole, fastidiose, e pronte a morderti l’anima.
Roscoe osservò brevemente un tavolo di gioco, poi si avvicinò alla guardia posta accanto alla teca. Erano due tiefling armati di lancia e cotta di maglia, che trasmettevano il messaggio: non siamo una minaccia mortale, ma potremmo comunque rovinarti il pomeriggio. Più pericolosi di un cameriere, ma meno inclini a chiacchierare del vino.
La nuova visione della teca non rilevò altre nuove informazioni. Era un bello scrigno, insomma, per un furto elegante e problematico. L’antina sembrava potersi aprire solo con una piccola chiave. E la fila di rune incise, ora visibili a Menasfil con le sue arti magiche, svelò la loro natura: abiurazione. In altre parole, magia difensiva. Molto difensiva.
Un paio di colonne di basalto dall’altro lato della stanza offrivano una possibile zona cieca agli specchi sospetti, ma non era molto. Tuttavia, era abbastanza perché Rennoise, con gesto eroico e un senso dell’umorismo che solo un ladro può avere, riuscisse a far appoggiare la mano di una signora alla teca — con un colpo di gomito e un pretesto da “ops mi è scivolata la dignità”.
Nessuna reazione.
Neanche una fiammata.
Neanche una frustata magica.
Niente.
La teca, a quanto pareva, non esplodeva al tocco. Almeno non subito.
Tentò anche di guardare attraverso il buco della serratura. Vide buio. E una sensazione diffusa di giudizio.
Ma era ora di chiusura.
Lo spettacolo finiva. Le luci si abbassavano.
Una vecchia nana agitata strepitava davanti alle slot per non essere cacciata. Il mondo intero era una cospirazione contro la sua vincita.
I nostri tre lasciarono il casinò sulla gondola, mescolandosi tra i clienti in uscita, cercando di perdere tempo senza sembrare troppo ovvi. Chiacchierarono con la nana. Una vera miniera d’oro di teorie complottistiche, numeri fortunati e racconti di quando vinse 390 monete d’oro. Secondo lei, i soldi venivano cambiati magicamente, forse da piccoli geni o forse da tiefling ben nascosto.
Rennoise, mai stanco di contare, cercava di tenere d’occhio il numero dei dipendenti che uscivano. Ma il loro turno alla carrozza arrivò troppo presto. Nessuno da osservare. Solo sabbia. E delusione.
Fu allora che scattò il piano di emergenza C, dove “C” sta per “Complotto improvvisato mentre qualcuno finge di fare pipì”.
Roscoe si fermò a “sgranchirsi”. L’halfling tentò di nascondersi con l’aiuto di Menasfil che creava distrazioni verbali con la grazia di una diplomatica armata di sarcasmo.
Fallì. Malamente.
Come solo un halfling tra le dune può fallire, inciampando nel buio e in un granchio di sabbia con aspirazioni predatorie.
Ma non si arrese.
Appena la carrozza si allontanò, saltò giù e si lanciò tra le dune e un sasso. Si fermò a guardare. L’aria era ferma. Dal casinò, una carrozza elegante, più grande delle altre, si fermò davanti all’ingresso. Una trentina di persone, almeno così sembrava nella penombra, salì a bordo. Poco dopo, un’altra barca traghettò un gruppo di cinque persone, tra cui una figura bassa, che si unì alla carrozza più elegante.
E poi se ne andarono, verso la città.
Rennoise, da solo sotto le stelle, fece due conti. Nessuno tornava al casinò. Era il momento perfetto. O almeno… il momento più idiota. Raggiunse le barche. Nessuna difficoltà. Nessuna allerta.
Solo il silenzio. Quel silenzio sordo che fa più rumore del previsto.
Ne spinse una lungo il canale.
Poi, notò un movimento sul soffitto.
Qualcosa. Qualcosa che sembrava un ragno. Un ragno grande. Un ragno molto interessato a chi non sa quando fermarsi.
Rennoise, con l’istinto millenario del ladro ancora vivo, fece la cosa giusta:
Tornò alla locanda.
Perché ci sono giorni per l’eroismo,
e poi ci sono notti in cui i ragni ti guardano dall’alto
e dicono: “Meglio domani.”
E io?
Io prendevo appunti.
Con più entusiasmo di un tiefling con le chiavi sbagliate.
Altri preparativi
In cui si copia, si colora, si trucca, si negozia, si deride l’arte… e si affronta la burocrazia magica
Meera, nella sua silenziosa efficienza, aveva contato tutto.
Tutto.
Cinque guardie, dodici croupier, due baristi, quattro cassiere, uno alla SPA (Carezza), quattro al circo, due camerieri, tre controllori alle slot e tre gondolieri. L’unico non contato, come al solito, era il buon senso.
Il giorno seguente, i nostri eroi si riunirono con lo sguardo serio di chi sa che sta per fare qualcosa di illegale e complicato, ma con una tale cura artigianale che quasi ci si sente artisti.
Il piano era… ambizioso.
- Copiare la chiave di vetro.
- Copiare la bacchetta del toro bifronte.
- Travestirsi da tiefling, con tanto di trucchi professionali.
- Ottenere conferme su Carezza e il bracciale della Cooperazione.
- Restare dentro il casinò dopo la chiusura, sostituire la chiave,
- Entrare nel Caveau e portare via l’oro.
- Sostituire la statua dell’Erinni con un feticcio deridente.
Con l’aiuto di Meera, mostrarono il simbolo del Caveau Aureo ad alcuni artigiani accuratamente scelti. Il primo fu una anziana tagliatrice d’ossa, che li accolse con l’energia di una nonna che ha appena scoperto che può scolpire scheletri legalmente. La spiegazione su come replicare la bacchetta fu uno dei momenti più surreali della giornata.
«Deve avere due teste di minotauro in rame… ma non troppo rame… e non devono sembrare simpatiche. Sguardo minaccioso, ma non buffo.»
«Come mio marito.»
«Perfetto.»
La donna accettò poi con un brontolio e una minaccia passiva-aggressiva sulla puntualità del ritiro.
Il secondo fu un artigiano del vetro e delle gemme, nascosto in una viuzza così stretta che Rennoise si domandò se non fosse lui il ladro, adesso. Menasfil, conscia della difficoltà di spiegare una chiave di vetro senza una chiave di vetro, lanciò un’Immagine Silenziosa che ricreò l’oggetto davanti agli occhi sbalorditi dell’artigiano.
«Bellissimo!» disse lui. «Ma non fa rumore.»
«È una chiave. Non deve ballare il tip tap.»
Seguì la tappa trucco e parrucco. Con l’aiuto di un ragazzino intermediario, vennero condotti in una zona “per signore” dove trovarono creme, colori e prodotti che avrebbero potuto truccare anche un troll da fossa per farlo sembrare un elfo da cerimonia. Lì acquistano tutto il necessario per trasformarsi in tiefling, o almeno nella versione da festa a tema.
Restava il colore delle teste di minotauro. Dopo un vano giro tra i negozi di tinture, pitture e un venditore di sabbie colorate che parlava solo con gabbiani, si arresero.
«Andiamo dall’orafo.» propose Menasphil, con il tono di chi ha capito che l’eleganza costa sempre, ma almeno ti dà qualcosa da lanciare contro la frustrazione.
Prima di farlo, però, fecero tappa da Verity, che nel frattempo si godeva il lusso contenuto nella locanda. Le chiesero del bracciale di Carezza.
Verity confermò: sarà lei a liberarla, se riescono a riportarla indietro. Disse anche che potrebbero esserci altri con lo stesso bracciale. Sapeva poco o nulla dell’imp.
«Non può essere un famiglio di Quentin. Ha troppo stile.»
Passaggio successivo: l’orafo, che valutò con sguardo da chi sa quanto tempo costa la perfezione e quanto poco paga il furto. L’idea di replicare le teste in rame venne abbandonata per pura questione di tempo, denaro, e sanità mentale.
«Testa colorata. Va bene. Ma non incisa, capito? Niente narici realistiche!»
Ultima tappa: il negozio del mago.
La Palla di Fuoco (sottotitolo: dove ogni cliente ha diritto a una piccola esplosione di gioia), si trovava in uno dei quartieri più ricchi della città.
Il mago in questione, spettinato quanto entusiasta, cercò tra gli scaffali, poi sparì nella biblioteca sul retro. Tornò dopo un po’ con una soluzione:
Un Dissolvi Magia e colpire il bracciale entro un minuto.
Purtroppo, la pergamena era troppo costosa.
«Ma potete sempre… non farlo?»
«No.»
Per concludere la mattinata in gloria, trovarono un otre. Non uno qualsiasi: uno su cui Rennoise disegnò un volto che fa linguacce derisorie. L’idea?
Sostituire la statuetta dell’Erinni con questo feticcio grottesco.
Una vendetta artistica.
Una beffa mistica.
Un insulto da scolapiatti.
Insomma, il colpo si avvicinava.
E io, Entità Senza Nome, ero sinceramente commosso.
Non tanto per la bravura, quanto per la dedizione.
In pochi rubano statue. Ma ancora meno lo fanno con stile.
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