
1000 ANNI DA VAMPIRO – 02
1000 Anni da Vampiro, di Tim Hutchings, è un gioco di ruolo in solitaria incentrato su memoria, perdita e identità. Attraverso una serie di Spunti, il giocatore racconta i secoli di esistenza del proprio Vampiro, dalla perdita della mortalità fino alla sua inevitabile fine, conservando alcuni ricordi e lasciandone inevitabilmente svanire altri.
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1000 Anni da Vampiro
Con questo episodio prende il via 1000 anni da Vampiro, una nuova rubrica narrativa di Isthbox nata da una partita all’omonimo gioco di ruolo in solitaria.
La storia attraversa quasi mille anni di cambiamenti, seguendo il passare del tempo attraverso epoche, luoghi e trasformazioni della società.
Gli eventi emersi durante il gioco vengono trasformati in un diario narrativo, mantenendo come base ciò che è realmente accaduto durante la partita e sviluppandolo attraverso episodi, ambientazioni e frammenti di vita.
Una parte particolarmente divertente del gioco è stata la necessità di documentarsi, di volta in volta, su fatti, personaggi ed eventi storici, così da rendere la cornice del racconto il più possibile realistica. Alcune delle informazioni emerse durante questa ricerca sono state raccolte nelle note storiche alla fine dei capitoli.
Quello che segue è l’inizio di questo lungo viaggio.
Avviso contenuti: questo episodio contiene sangue, morte violenta, trasformazione vampirica, dinamiche familiari oppressive e perdita di controllo.
Episodio 2 – La Luna Rossa
Non so quanti giorni siano passati dall’ultima volta in cui ho scritto con mano ferma.
La ferita alla spalla ha smesso di sanguinare, ma non di farsi sentire. Ogni volta che muovo il braccio la pelle tira, e con essa tira anche il ricordo di cio’ che mi attende se non pago. Il Rosso non ha bisogno di bussare alla porta per essere presente. A certi uomini basta una promessa.
Ho contato il denaro vinto con i dadi di Francesco piu’ volte di quante voglia ammettere. Le monete facevano sul tavolo un suono pieno, quasi onesto. Provai a dividerle in mucchi: debiti, mercanzie, casa, gioco, quiete.
L’ultimo mucchio restava sempre vuoto.
Forse nessun uomo viene rovinato da una sola scelta. Forse la rovina è un pozzo dei desideri: ogni giorno vi si deposita qualcosa, una bugia, un favore chiesto all’uomo sbagliato, una notte in più all’osteria, un perdono rimandato, una sorella che si vorrebbe trattenere come fosse ancora bambina.
Io avevo già desiderato abbastanza.
Fu allora che Valentina Davico entrò nella mia vita.
Non la vidi arrivare. Mi accorsi di lei quando era già troppo vicina, come accade con certe malattie e certi desideri. Indossava una veste scura, di stoffa così fine che mio padre l’avrebbe osservata in religioso e ammirato silenzio prima di osare anche solo toccarla. Aveva capelli corvini e occhi verdi, luminosi non per allegria, ma per attenzione.
Non guardava le cose: le sceglieva. Disse il mio nome.
Questo, piu’ di tutto, mi fece paura.
Lo pronunciò come se lo avesse già tenuto molte volte fra le dita. Non aggiunse subito altro. Attese che fossi io a riempire il silenzio, perché certe persone sanno che il silenzio e’ una trappola più efficace di una domanda. Ed io ci caddi.
Le parlai poco. O almeno credo di aver parlato poco. Ma lei sapeva dei debiti, del gioco, del Rosso, della somma appena vinta e dell’altra, più grande, che ancora mancava. Sapeva che ero figlio di un tintore. Sapeva che commerciavo stoffe e che dipingevo quando la vita mi lasciava abbastanza respiro da fingere di essere migliore.
Mi disse di venire da Cremona. Da una famiglia di mercanti di tessuti. Parlava di botteghe, telai, tinte e mani sporche di colore con una precisione che mi parve familiare. Solo dopo compresi che quella familiarita’ era studiata, oppure era memoria vera conservata troppo a lungo.
Valentina era bella, ma non fu la bellezza a piegarmi.
Fu la calma. La calma di chi non ha fretta perché il tempo non lo comanda più.
Mi offrì denaro. Abbastanza da chiudere la bocca al Rosso, almeno per quella stagione. Abbastanza da rimettere in piedi il nome dei Bianchi agli occhi di chi aveva ancora interesse a fingere rispetto. Abbastanza da farmi credere che il danno potesse essere riparato senza cambiare davvero vita.
Disse anche altro.
Disse che in me vedeva un artista. Un uomo capace di colore, misura, bellezza. Non soltanto un debitore da salvare, ma qualcosa che poteva durare. Non so se mentisse. So che volli crederle. Gli uomini come me sono avidi di lodi quanto di denaro, e molto piu’ indifesi davanti alle prime.
In cambio chiese una cosa che allora mi parve incomprensibile: la mia mortalità.
Scrivo questa parola e ancora oggi mi sembra troppo leggera. Mortalità. Sta sulla pagina come una nozione da chierico, ma è il respiro al mattino, la fame che passa col pane, la vecchiaia dei padri, il volto dei figli, la possibilità misericordiosa di sparire.
Io non pensai a tutto questo.
Pensai ai debiti. Pensai al Rosso. Pensai alla vergogna.
Pensai che, se la mia vita era già tanto misera, forse perderne la fine non sarebbe stato un prezzo così alto.
Avrei dovuto chiedermi perche’ una creatura di seicento anni avesse bisogno di me.
Non lo feci. Chi annega non interroga la mano che lo afferra, anche se quella mano è fredda.
La notte era di luna calante.
Ricordo poco della strada. Ricordo invece il colore. Il cielo sembrava trattenere un rossore malato, come acqua tinta in una conca di bottega. La luna si assottigliava sopra i tetti, e io ebbi l’impressione che non illuminasse il mondo, ma lo giudicasse.
Valentina mi prese il viso tra le mani.
Mi disse di non avere paura.
Questa è una frase che i vivi dovrebbero diffidare dall’ascoltare.
Quando il dolore arrivò non fu grande subito. Fu sottile, quasi educato, come un ago che cerca la piega giusta sotto la pelle. Poi divenne lama. Poi divenne fuoco. Poi non ebbe più nome.
Sentii qualcosa staccarsi da me. Non il corpo. Non l’anima, se mai ne avessi posseduta una. Qualcosa di più semplice e più terribile: il diritto alla fine.
Piansi e le mie lacrime erano sangue.
La luna, sopra di me, si fece rossa davvero. O forse furono i miei occhi a tradire per primi il mondo. Da allora, nelle notti di luna calante, il sangue mi invade lo sguardo fino a togliermi la vista. Devo nasconderlo. Devo mascherarlo. Devo fingere che gli occhi non sappiano raccontare cio’ che la bocca tace.
Quando mi rialzai, ero salvo.
Che uso improprio per quella parola!
Il Rosso fu pagato. I creditori abbassarono la voce. Mio padre non seppe, o fece ciò che fanno i padri quando la verità e’ troppo grande per entrare in casa: guardò altrove. Le stoffe continuarono a essere misurate, vendute, piegate. Milano continuò a litigare, comprare, pregare, imbrogliare, respirare.
Io no. Io avevo fame.
Non fame da uomo. Non quella che conoscevo dopo una notte di vino e dadi, quando il pane duro pareva un dono divino. Era una fame con pensiero proprio. Ascoltava prima di me, vedeva prima di me, decideva prima di me.
Francesco tornò a Milano per affari, o forse passò soltanto abbastanza vicino perché il destino potesse ridere della mia presunzione.
Il Falco era ancora il Falco: voce franca, sorriso rapido, una confidenza col peccato che non aveva mai avuto il sudore della disperazione. In lui il gioco pareva vizio. In me, già allora, era necessità.
Mi parlò dei dadi.
Credo scherzò sulla mia fortuna.
Io guardai le sue mani.
Mani vive. Mani calde. Mani che avevano contato merci, stretto patti, versato vino, offerto a me uno strumento di frode come si offre a un amico un coltello buono per la strada.
Forse mi chiese perché fossi così pallido. Forse io risposi.
Poi sentii il sangue.
Non lo vidi. Lo sentii. Sotto la pelle, nella gola, nel polso. Era una voce chiusa in una stanza vicina.
Bastava aprire.
Ho ucciso Francesco.
Cosa sono diventato?
Questa frase l’ho scritta allora e non ne trovo una migliore. Ogni ornamento sarebbe una menzogna. Ogni spiegazione, un processo truccato a mio favore.
Lo uccisi perché avevo fame. Lo uccisi perché ero nuovo alla fame.
Lo uccisi perché la promessa di Valentina non mi aveva reso più forte. Aveva soltanto tolto alla bestia che ero sempre stato il guinzaglio della morte.
Per giorni tenni i dadi vicino al letto. Non li usai. Li guardavo come si guarda una reliquia falsa, sapendo che non contiene alcun santo e temendo ugualmente di gettarla via.
Francesco mi aveva dato il mezzo con cui avevo provato a salvarmi da uomo.
Io gli avevo restituito morte.
Poi ci fu Gisla.
O meglio: Gisla era sempre stata lì, prima e dopo ogni altra cosa.
Mio padre insisteva perché prendesse i voti. Diceva che era una strada degna. Diceva che avrebbe avuto protezione, istruzione, disciplina, un luogo dove la sua intelligenza non sarebbe stata sprecata.
Forse aveva ragione in parte.
Questa è la cosa che più mi offende ancora oggi: mio padre poteva avere torto nei modi, ma ragione in qualcosa.
Gisla non era una bambina da salvare. Lo era stata, sì, quando le avevo dato quel sasso piatto legato con il cuoio, promettendo contro ogni logica che l’avrebbe protetta. Ma ormai era una donna capace di scegliere anche ciò che a me pareva intollerabile.
L’amuleto era tornato nelle mie mani.
Lo tenevo con me più spesso del pugnale. Il pugnale ricordava la paura. I dadi ricordavano l’inganno. Il sasso ricordava un amore che volevo credere puro perché non avevo il coraggio di chiamarlo controllo.
Dissi a Gisla che non poteva farlo.
Non chiesi. Dissi.
Lei mi guardò con una tristezza che mi irritò più dell’ira. Disse che non tutto riguardava me. Lo aveva già detto, o forse lo aveva detto molte volte e io l’ho ricordato una sola, perché una sola bastava a ferirmi.
Io risposi male. Lei rimase in silenzio.
Questo mi fece perdere il senno.
La lite fu selvaggia. Non nel rumore soltanto, ma nelle verità. Gisla mi disse che avevo scambiato l’affetto per possesso. Che non volevo proteggerla dal convento, ma da una vita in cui io non fossi necessario. Che usavo la parola famiglia come altri usano una catena: cercando di lucidarla abbastanza da farla sembrare preziosa.
Io le afferrai il braccio. Volevo fermarla.
Ecco, l’ho scritto ancora.
Volevo fermarla.
Quante colpe si nascondono sotto questa frase. Non volevo ucciderla. Questo posso ancora scriverlo senza sentire la pagina bruciare. Ma volevo impedirle di andare. Volevo che restasse dentro il cerchio del mio sguardo, della mia volontà, della mia paura.
Cadde. O la spinsi. O il mondo, stanco di attendere, diede al mio gesto il suo vero nome.
Ricordo l’urto. Ricordo il silenzio immediato, più grande di ogni grido. Ricordo i suoi occhi aperti e la mia mano ancora sospesa, come se potesse tornare indietro semplicemente restando immobile.
Accidentalmente l’ho uccisa. Cosi’ ho scritto.
Accidentalmente.
Che parola comoda. Ha la forma di una porta socchiusa. Uno spazio abbastanza ampio da passarci senza toccare alcunché con poco sforzo.
Ma l’accidente non nasce dal nulla. Nasce da una mano che stringe troppo. Da un amore che non accetta il confine dell’altro. Da una fame più antica del sangue: la fame di essere necessari.
Rimasi accanto a lei. Non pregai.
Forse perché non sapevo più a chi. Forse perché avevo paura che qualcuno rispondesse.
Poi commisi la seconda colpa.
Quella scelta. Quella senza scuse.
La resi uguale a me.
Per non perderla.
Ancora.
Le diedi la notte, la fame, il sangue negli occhi, il sole come nemico, il tempo come condanna. Le diedi tutto ciò che avevo appena ricevuto e osai pensarlo un dono.
Quando Gisla riaprì gli occhi, non vidi gratitudine.
Non vidi sollievo.
Non vidi la sorella tornata a me.
Vidi una creatura nuova che mi conosceva meglio di quanto io mi fossi mai conosciuto. Vidi il giudizio. Vidi l’odio, limpido e desto, non ancora consumato dagli anni.
Non aveva bisogno di gridare.
Mi disse poco.
O forse disse molto e io ho conservato soltanto cio’ che potevo sopportare.
So che non mi chiamò fratello.
Da quel momento Milano divenne stretta. Ogni strada pareva condurre al luogo dove Gisla era caduta. Ogni campana sembrava suonare per me. Nelle notti di luna calante il sangue mi accecava, e io mi nascondevo come un lebbroso dell’anima.
Valentina era lontana, o forse ero io a non cercarla. Aveva mantenuto il patto. Non mi doveva consolazione.
Gisla mi denunciò al vescovo.
Non so quali parole usò. Assassino. Mostro. Dannato. Fratello, forse, ma solo perché quella parola potesse farmi più male.
Non oso dire che mentì.
Fu allora che compresi di dover fuggire. Non per innocenza. Non per ingiustizia. Fuggii perché sono sempre stato bravo a farlo, in fondo. Fuggii perché non c’era altra scelta.
Mi nascosi in una delle carovane in partenza verso Venezia.
Dovetti pagare per usare ciò che credevo mio. Anche questo ebbe una sua giustizia meschina: un mercante costretto a comprare la propria fuga, un figlio di tintore che lasciava Milano con più macchie addosso di quante qualsiasi acqua potesse lavare.
Portai con me denaro, qualche veste, i dadi di Francesco, il pugnale del Rosso e l’amuleto di Gisla.
Il sasso era leggero.
Non capisco come potesse pesare tanto.
Quando le ruote si mossero, non guardai indietro. Milano non mi avrebbe assolto. Gisla non mi avrebbe perdonato. Mio padre non avrebbe capito.
Sulla strada per Venezia decisi che Alessandro Bianchi era morto.
Gli uomini nuovi hanno bisogno di nomi nuovi. E’ una delle nostre superstizioni peggiori.
Ora mi faccio chiamare Lorenzo Bellini.
Che Dio abbia pietà di chi incontrerà quest’uomo e quello che è diventato.
Brevi note storiche
1. Milano nel 1121: Comune, arcivescovo e guerra con Como
Nel 1121 Milano non è soltanto uno sfondo medievale generico. E’ una città in forte crescita politica ed economica, con un Comune in consolidamento e un’autorità arcivescovile ancora molto influente. In quegli anni è inoltre in corso la guerra tra Milano e Como, iniziata nel 1118 e conclusa nel 1127 con la distruzione di Como. Questo rende plausibile una Milano agitata, attraversata da tensioni cittadine, religiose, mercantili e militari. Fonte utile: Treccani, Milano – Dizionario di Storia.
2. Donne, voti e monasteri nel Medioevo
L’ingresso di una donna in una comunità religiosa medievale poteva avere significati diversi: vocazione sincera, scelta familiare, protezione sociale, soluzione patrimoniale, accesso all’istruzione o forma di prestigio. Per questo il caso di Gisla resta volutamente ambiguo. Alessandro vive i voti come perdita e imposizione, ma il diario non dimostra che per lei fossero soltanto una prigione. Per un quadro più ampio si possono vedere la ricerca di Silvia Carraro, Tra sacro e quotidiano, e questo approfondimento del Museo nazionale svizzero.
3. Venezia come fuga e nuova identità
La fuga verso Venezia è coerente con il profilo mercantile di Alessandro. Già dall’XI secolo Venezia ha un ruolo crescente nei traffici mediterranei, con rapporti importanti con Bisanzio, l’Egitto e l’Oriente. Proprio nel 1122 Venezia entra inoltre in una nuova fase di tensione con l’Impero bizantino, che porterà al trattato del 1126. Per Alessandro, quindi, Venezia non è solo un nascondiglio: e’ una porta verso un sistema commerciale più vasto e verso una nuova identità. Fonti utili: Treccani, Mercatura e moneta e Treccani, Venezia nel XII secolo.