IL CAVEAU AUREO – La Scommessa Stigea – Episodio 03
Le solite note:
- Ci saranno spoilers è evidente. Difficile creare una storia da una delle avventure originali del libro nell’immagine dell’articolo senza non farne: per cui l’eventuale lettore si ritenga avvisato.
- Il master è stato (e sarà) Grumpy Ze mentre Gattone, Piolo ed io (Isth) i giocatori di questa sessione.
- Il tono del racconto è volutamente scherzoso.
- l’Entità Senza Nome non fa parte delle avventure, ma è una semplice e forse neanche troppo originale invenzione narrativa.
- Nel momento della scrittura di questo articolo non mi sovviene altro possibile avviso di allerta da sottoporre al lettore, ma mi riservo il diritto di aggiungerne altri ad ogni nuova sessione.
- Buona lettura!
Benvenuti nell’Oltretomba
Dove il lusso gronda, il fiume luccica e le regole sono destinate a essere ignorate
Alle diciotto in punto, una carrozza elegante depositò i nostri eroi all’ingresso del sentiero che scendeva verso la costa. Davanti a loro si estendeva la gola naturale che accoglieva il Casinò dell’Oltretomba, e già da lontano si sentiva il borbottio della cascata e un vago tintinnio musicale, come se qualcuno stesse suonando un’arpa usando fiches d’oro.
Il piano era semplice. Semplice per loro, cioè per chi aveva già fatto saltare un museo con un dinosauro meccanico. Menasfil avrebbe raggiunto la SPA per contattare Carezza, la misteriosa massaggiatrice-informatrice, e ottenere la mappa promessa. Gli altri avrebbero esplorato liberamente il casinò per osservarne i dettagli: disposizione dei tavoli, comportamento dei croupier, possibilità di fuggire urlando.
Furono traghettati all’interno da un tiefling travestito da Caronte, con tanto di tunica scura, cappuccio calato sul volto e remi decorati con piccole sculture di anime disperate. L’unica cosa che gli mancava era un senso dell’umorismo, ma la voce – quella c’era. Profonda. Seducente. Minacciosa. Un po’ come se un basso baritonale avesse deciso di farsi una carriera alternativa nel marketing.
La barca scivolò sulla corrente placida e poco profonda del fiume sotterraneo. La caverna si aprì sopra di loro in un soffitto altissimo, decorato da stalattiti brillanti e giochi di luce riflessi su superfici lucidate con estrema, quasi ossessiva, dedizione. Il rumore della cascata si mischiava a quello delle risate, delle monete, dei dadi e dell’entusiasmo artificiale.
Il fiume tagliava il pavimento del casinò come una vena d’argento in una miniera. Ponti in pietra ad arco lo attraversavano qua e là, e le sale erano animate da tavoli da gioco, scatole di legno e metallo con leve luccicanti, e avventori vestiti per impressionare, vincere o semplicemente dimenticare chi fossero.
Il traghettatore, con perfetto tempismo teatrale, fece attraccare la barca al molo di sinistra. Alzò una mano verso la sala che si apriva davanti a loro e annunciò, con voce vellutata e peccaminosa:
«Benvenuti nell’Oltretomba. Le tentazioni vi attendono.»
La barca ondeggiò lievemente. Qualcosa nell’intonazione del tiefling fece pensare che tra le tentazioni fosse incluso anche il farsi trascinare via con una risata malvagia. Ma per fortuna, o per disdetta, i nostri scesero tutti con passo sicuro.
Menasfil non perse tempo e attraversò la sala dirigendosi verso la SPA, situata come previsto in fondo a destra. Il suo vestito elegante ondeggiava come una dichiarazione di guerra alle buone maniere. Ogni passo era un rintocco di provocazione.
Rennoise si fermò davanti a un tavolo dal nome eloquente: Vita o Morte. Un gioco chiaramente progettato per chi prende le decisioni con un dado e l’autostima di un mezzodrago. Decise di osservare, prendere nota, e possibilmente non finire tra le opzioni del nome.
Roscoe, silenzioso ma attento, scrutava i croupier. Cercava movimenti strani, dita troppo veloci, occhi che si incontravano nel modo sbagliato. Al momento non notò nulla. O forse erano solo bravi. O forse era troppo distratto dalla gigantesca slot machine demoniaca che vomitava fiamme decorative ogni volta che qualcuno perdeva tutto.
Tutti quanti, ovviamente, cercavano di imparare il funzionamento dei giochi, senza far capire che non li avevano mai visti prima. Era una specie di danza tra lo sguardo intelligente e l’ignoranza strategica.
Vicino ai tavoli campeggiavano cartelli dai toni vagamente minacciosi, come solo una gestione infernale può offrire:
“Regole nell’Oltretomba”
- Non imbrogliare. Gli imbroglioni hanno vita breve.
- Non molestare o minacciare avventori o dipendenti.
- Le armi devono sempre stare nel fodero!
- Le porte verdi sono solo per i dipendenti.
- Vinci! Vinci! Vinci!
A leggere quelle regole, una cosa era certa: Il nostro gruppo non avrebbe rispettato nessuna di esse. E sinceramente?
Per me, l’Entità Senza Nome in cerca d’epopea… era un sollievo.
Le storie migliori non cominciano mai con “seguirono le istruzioni e andò tutto bene”.
Movimenti, Massaggi e Misteri
In cui si scopre che gli specchi mentono, i massaggi nascondono segreti, e gli gnomi sono sempre troppo ben vestiti per essere innocui
Roscoe non era tipo da guardarsi troppo allo specchio, ma sapeva riconoscere un oggetto sospetto quando lo vedeva. Gli specchi nella sala da gioco, per esempio. Troppo grandi, troppo lucidi, e — soprattutto — troppo mobili. Erano appoggiati, non fissati alla parete, come se qualcuno li avesse messi lì in fretta… o avesse bisogno di spostarli ogni tanto per spiare meglio. O peggio.
Quando Rennoise lo raggiunse, fece quello che ogni halfling con esperienza in “manovre accidentali” avrebbe fatto: si lasciò cadere addosso a uno specchio fingendo di inciampare. Lo specchio ruotò leggermente. E dietro, niente cornice. Solo parete. Ma era chiaro: si potevano girare. C’era dietro qualcosa. Non sapevano ancora cosa, ma era una di quelle scoperte che promettono guai come un gatto promette artigli.
Intanto, Menasfil stava esplorando un altro tipo di mistero: quello delle mani tiefling. Accompagnata da Carezza, attraversò una tenda che profumava di lavanda, oli caldi e decisioni discutibili. Una volta sul lettino, mentre le scapole venivano premute con un’efficienza quasi militare, Menasphil lasciò cadere la frase con la casualità strategica di chi lancia un coltello sul tavolo: «Sono qui per la mappa.»
Carezza non sembrò sorpresa. Dopo aver parcheggiato due nani alle piscine con la grazia di chi ha spostato clienti più sudati di così, tornò con una mappa arrotolata e uno sguardo carico d’ansia. «Verity ti ha parlato del braccialetto?» chiese.
Mena, che aveva bluffato contro demoni, draghi e una giuria arcana, annuì con sicurezza. «Certo.»
«Allora aiutami,» sussurrò Carezza, occhi sgranati. «Ricorda… o morirò.»
Il tono era tragico. L’olio al sandalo lo era meno. Menasfil si rivestì senza fretta, ma l’eco di quella supplica le rimase addosso più del profumo. Così, recuperato Rennoise, insieme tornarono verso la SPA, fermandosi dietro una coppia in fila: un umano annoiato e una mezzelfa decisamente prosperosa e altrettanto irritata. Le lamentele della mezzelfa erano chiare come il décolleté: il braccialetto della cooperazione la costringeva a collaborare pena l’avvelenamento. Lei era stata portata via da una prigione nel Cessenta e ora lavorava per Quentin. La richiesta? Liberatemi. Subito sotto: Non ho lasciapassare se non per la lavanderia.
Rennoise, con la naturalezza di chi ama ficcarsi nei guai, si fece chiudere dentro la lavanderia. Era una stanzetta con due lavatoi, profumo di candeggina e costumi da bagno per tiefling. Una di quelle stanze in cui o trovi una via di fuga… o ti chiedi dove hai sbagliato nella vita.
Nel frattempo, Roscoe era sceso nella sala del torneo. Il percorso era solenne, colmo di voci, e interrotto solo da… urla di scimmie da circo. Sì. Anche l’inferno ha i suoi momenti di varietà.
Appena superati i gradini, fu accolto da colonne di basalto nero, tavoli ordinati e — in fondo — una nicchia scolpita nella roccia. Lì, su un piedistallo, dentro una teca di vetro perfettamente illuminata, troneggiava la statua dell’Erinni. Alta sessanta centimetri, alata, d’oro, con un rubino nella mano e altri incastonati alla base. Ai suoi lati, due guardie con l’espressione di chi non ha mai sentito una barzelletta e non intende cominciare ora.
Roscoe si avvicinò. «Quella è la statua del torneo Minauros?» chiese con voce pacata.
«Sì,» rispose una delle guardie, senza offrirgli nemmeno un volantino.
Roscoe provò a esaminare la nicchia. Ma l’unica cosa che riuscì a capire era che non ci capiva niente. Il basalto gli restituì uno sguardo più vuoto del suo.
Decise di aggirarsi tra i tavoli, e fu lì che lo vide: uno gnomo. Sfarzoso come una torta nuziale in una casa di bambole. Abiti ricamati, baffi arricciati, barba lunga e perfettamente pettinata, lentiggini sul naso e voce affabile. Gestiva i clienti con la naturalezza di un illusionista che sa esattamente dove guarderai.
Un certo Quentin Manolesta, presumibilmente.
E niente nell’uomo suggeriva “truffatore”, il che, per chi ha esperienza, è il segnale più chiaro che lo sia.
E io?
Io stavo annotando tutto, con entusiasmo.
Specchi mobili, braccialetti velenosi, tiefling stressati, statue da rubare, gnomi ben vestiti.
Era ufficiale:
Le regole dell’Oltretomba erano fatte per essere ignorate.
E per una volta…
Finalmente, le cose cominciavano a farsi interessanti.
Cena, Circo e Charming criminale
In cui si cena male, si ruba bene e si promette molto più di quanto si manterrà
Menasfil scese al ristorante con la sicurezza di chi ha deciso che, se deve rischiare la vita, tanto vale farlo a stomaco pieno. Un leggio incantato le mostrò il menù: nomi lunghi, ingredienti esotici, prezzi sorprendentemente accessibili. Il che, come ogni avventuriero sa, è il primo segnale che il sapore sarà inversamente proporzionale all’entusiasmo del cuoco.
All’entrata trovò anche Rennoise, travestito con uno dei costumi da bagno per tiefling pescati in lavanderia. «Pensa, è elasticizzato!» disse con orgoglio, sventolando un completo nero con decorazioni color zolfo. Tentò di offrirne uno anche a lei.
Menasfil lo fissò per un attimo. «Tesoro, il mio stile non si acquista al reparto immersioni infernali per principianti.»
Proseguirono all’interno, dove trovarono Roscoe, intento a contemplare il salto d’acqua di trenta metri come se fosse un koan liquido. Lì, tra schizzi e rocce levigate, l’acqua del Fiume delle Ombre cadeva in una vasca naturale che scintillava al lume incantato. Romantico, se non fosse stato tutto tematicamente ispirato alla dannazione eterna.
Assaggiarono mini-hamburger di uccello stigeo piccanti (che picchiavano anche dopo essere stati ingeriti), bistecca di otyugh (dal sapore che ricordava vagamente scarpe stregate), vermicelli di Otto (nessuno chiese chi fosse Otto, ma tutti ebbero dei sospetti), e per dessert, la Delizia della Megera, con more del sangue e un liquore al Nexus che aveva il retrogusto persistente di decisioni sbagliate.
La cena, tecnicamente parlando, fu una pausa.
In senso umano, meno.
Prima di entrare al circo, Menasfil decise di usare l’Occhio della Strega. La vista le si fece più acuta, più arcana, e — ovviamente — più inquietante. Sulla passerella sopraelevata, vide un piccolo imp seduto sul ponte, le zampette incrociate e gli occhi che scrutavano la sala con attenzione. Sembrava il direttore artistico di una tragedia in attesa del momento peggiore per entrare in scena.
Entrarono nel circo.
Due tiefling musicisti suonavano una versione infernale di Dueling Banjos, mentre altri membri dello staff si esibivano in acrobazie con babbuini e tra di loro. La performance aveva il fascino ambiguo di una sfilata da incubo coreografata da un demone con il gusto del kitsch. Alla fine, tutti gli animali uscirono per un ultimo saluto — compresi due babbuini che si inchinarono come se avessero capito qualcosa del capitalismo — e scomparvero dietro una porta in fondo alla sala.
Roscoe si posizionò tra gli specchi per impedirne la visuale, con la disinvoltura di chi medita mentre finge di osservare un trapezista. Intanto, Rennoise si inginocchiò davanti alla porta del circo e studiò la serratura con occhio clinico. Dopo qualche tentativo — e qualche parola sussurrata che non ripeteremo — confermò ciò che tutti sospettavano: senza un lasciapassare di apertura, la porta non si sarebbe mai aperta. Magia. O peggio, standard di sicurezza.
Nacque così il piano. Aspettare un inserviente. Charmarlo. Rubargli il talismano. Semplice, elegante, e con solo il 73% di possibilità di fallimento tragico.
Non dovettero aspettare molto. Un tiefling del circo, già visto tra i babbuini, arrivò con un mucchio di costumi di scena da lavare. La stregona non perse tempo: occhi negli occhi, voce vellutata, incantesimo lanciato con un sorriso che avrebbe fatto abbassare la guardia anche a un costrutto di ferro. Il tiefling si rilassò all’istante. Rennoise gli si avvicinò, e con dita agili e una precisione chirurgica, fece sparire il lasciapassare dalle sue tasche. Poi sparì lui stesso, nelle ombre, lasciando il poveretto a fissare Menasfil con l’aria beata di un uomo che ha appena conosciuto la rovina sotto forma di appuntamento promesso.
«Aspettami fuori,» gli disse lei con voce calda come un deserto a mezzogiorno. «Stanotte sarà indimenticabile.»
Lo fu. Per lui. Solo non nel modo che sperava.
Ora avevano il talismano.
Avevano una mappa.
E avevano, soprattutto, un abbozzo di piano. E io? Io sorridevo tra le pieghe della realtà
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