IL CAVEAU AUREO – La Scommessa Stigea – Episodio 02
Le solite note:
- Ci saranno spoilers è evidente. Difficile creare una storia da una delle avventure originali del libro nell’immagine dell’articolo senza non farne: per cui l’eventuale lettore si ritenga avvisato.
- Il master è stato (e sarà) Grumpy Ze mentre Gattone, Piolo ed io (Isth) i giocatori di questa sessione.
- Il tono del racconto è volutamente scherzoso.
- l’Entità Senza Nome non fa parte delle avventure, ma è una semplice e forse neanche troppo originale invenzione narrativa.
- Nel momento della scrittura di questo articolo non mi sovviene altro possibile avviso di allerta da sottoporre al lettore, ma mi riservo il diritto di aggiungerne altri ad ogni nuova sessione.
- Buona lettura!
La Vedova Salmastra
Dove il porto odora di pesce, lingue sconosciute e decisioni ambigue
Raggiungere la Vedova Salmastra si rivelò, come gran parte della vita, più facile a parole che in pratica. La locanda si trovava nell’immenso porto di Skuld, un serpentone lungo e affollato che costeggiava il Fiume delle Ombre come una cicatrice mercantile, pulsante di odori, lingue e umidità persistente. Navigarlo, per chi non era del posto, richiedeva uno o più dei seguenti: una mappa, un interprete, una benedizione divina o una buona dose di testardaggine halfling.
Rennoise, che non possedeva alcuna delle prime tre opzioni, si affidò alla quarta. Avvistato un gruppo di persone dai lineamenti e dalle vesti sconosciute — colorati, intrecciati, decorati con elementi che avrebbero fatto sembrare un pavone un minimalista — decise di socializzare. Le sue chiacchiere con gli sconosciuti si rivelarono fruttuose quanto un monologo a un cocomero, ma almeno ricevette in cambio una serie di sorrisi cordiali, cenni indecifrabili e un piccolo origami a forma di rana. Se fosse un ringraziamento, una maledizione o una proposta di matrimonio, nessuno potrebbe dirlo con certezza.
Meera, nel frattempo, fece ciò che qualunque persona dotata di scopo e silenzio avrebbe fatto: acquistò code di ramarro. Nessuno osò chiederle perché. Nessuno osò chiederle nulla.
Fu Roscoe, il monaco mezz’orco, a ottenere risultati. Dopo aver superato la barriera linguistica con gesti, disegni sulla sabbia e la pazienza di un sasso, riuscì a capire dove si trovasse la locanda. Il suo informatore, un vecchio pescatore con un dente solo e il linguaggio del corpo di una commedia muta, gli indicò una strada stretta, laterale, e decisamente meno turistica. Il tipo di posto dove il pesce viene venduto ancora mezzo vivo, e spesso anche mezzo armato.
La Vedova Salmastra si rivelò essere esattamente quello che prometteva il nome: scrostata, incrostata, odorosa di sale, alcol e vecchie decisioni. La zona era chiaramente più povera del centro elegante che avevano lasciato alle spalle. Qui gli edifici si reggevano più per abitudine che per muratura, e la gente camminava con lo sguardo basso e le mani sempre una tasca avanti.
Dentro, l’atmosfera era calda e densa, un misto di umidità, fumo e segreti a metà. Solo tre tavoli erano occupati, ma ognuno raccontava una storia. O almeno una serie di punti interrogativi.
Al primo tavolo, due umani discutevano animatamente ma a bassa voce. Vestivano in modo inusuale: abiti a strisce verticali bianche e azzurre, turbanti coordinati, barbe curate. Sicuramente occidentali, sicuramente nonlocali, sicuramente… qualcosa. Le parole che si scambiavano erano troppo basse per essere decifrate, ma i loro bicchieri erano pieni, come se la conversazione non avesse ancora avuto bisogno di alcol. Questo da solo li rendeva sospetti.
Al secondo tavolo sedeva una figura solitaria, chiaramente un tiefling. O forse una tiefling. Il gruppo non riusciva a decidere se fosse uomo o donna, e l’atteggiamento della figura non aiutava: quieta, composta, dall’aria assorta e in attesa, come se meditasse su chi uccidere per primo in caso di interruzione. Nessuno si azzardò ad avvicinarsi.
Al terzo tavolo, un halfling — maschio, forse — dormiva a faccia in giù su un piatto che un tempo doveva contenere cibo e ora conteneva solo il suo stesso respiro. Accanto a lui, un boccale di birra mezzo pieno e completamente ignorato. Se fosse un cacciatore o semplicemente un sopravvissuto alla birra, era difficile dirlo.
Il gruppo scelse un tavolo libero. Ordinarono da bere, e Rennoise, con la sua tipica inclinazione al rischio sociale, fece un cenno alla tiefling (o al tiefling) per offrire un drink. La figura accettò. Si alzò. E si avvicinò.
Il mistero si risolse nel momento in cui si sedette al loro tavolo con un movimento elegante e deciso. Era una donna. E non una qualunque. La pelle blu violacea, i capelli corti, le cornine nere — piccole e affilate come quelle di un giovane demonio con qualcosa da dimostrare. I tratti del viso avevano la perfezione scultorea di una bellezza da passerella, ma lo sguardo… lo sguardo era quello di una persona che aveva guardato nell’abisso e aveva preso appunti.
Verity Kay.
E il fatto che fosse bellissima non toglieva nulla al fatto che portasse guai come una cometa porta fuoco.
Ma questo, naturalmente, i nostri eroi lo avrebbero scoperto presto.
La Proposta
In cui un tè viene servito e un piano decisamente meno rilassante viene apparecchiato
La stanza sul retro della Vedova Salmastra era sorprendentemente ben arredata, il che la rendeva l’unica stanza nella locanda ad avere questo pregio. Lanterne in ferro battuto pendevano come sentinelle eleganti sopra un tavolo basso riccamente imbandito. Piatti colmi di cibo, spezie profumate e al centro una teiera fumante che prometteva una conversazione più gentile di quella che sarebbe realmente avvenuta.
Era tutto già pronto. Forse da molto. Forse da troppo.
Meera si era appostata tra la parete e la tenda dell’ingresso interno, nell’unico punto dove era possibile, forse, dare un’occhiata fuori. Nessuna delle persone viste nella sala precedente era presente qui. Nessuno che si potesse riconoscere. E la tenda restava ben chiusa, come a voler tenere fuori la curiosità. O dentro la verità.
Verity Kay attese che tutti fossero seduti, poi si tolse il mantello con un gesto fluido che fece tintinnare le cornine nere sopra la fronte. Sorseggiò una tazza con eleganza predatoria, e cominciò a parlare. «Fuori dalla città, a circa cinque chilometri a sud, affacciato su una scogliera nella zona turistica, c’è un nuovo locale. Forse ne avete sentito parlare, forse no. Si chiama il Casinò dell’Oltretomba.»Un sorso di tè. Un battito di ciglia.
«È una cosiddetta attrazione tematica. Sapete… demoni, fuoco, nove inferi, quel genere di cose che attira la gente in cerca di emozioni e cattivo gusto. È stato costruito all’interno di un sistema di caverne scavate nella roccia. Per entrarci, si prende una barca lungo un ramo del Fiume delle Ombre che termina in una cascata. Suggestivo. Turistico. Maledettamente teatrale.»
Fece una pausa, più lunga, mentre Roscoe le versava del tè con l’attenzione di un sacerdote.
«Il proprietario si chiama Quentin Manolesta. Uno gnomo. Uno gnomo che ha costruito tutto questo usandoi miei soldi. Era mio socio. Ha barato. Mi ha derubata. E ora si crede un dio dei dadi. Sta organizzando un torneo di carte d e I Tre Draghi al Buio e l’ha chiamato Torneo Minaurus. Un gioco d’azzardo piuttosto popolare, se siete idioti.»
Rennoise si schiarì la gola. Meera alzò un sopracciglio. Menasfil non fece commenti, ma il cucchiaino nel tè girò da solo.
«Voglio vendetta. Non sangue, non urla. Voglio qualcosa di più efficace: imbarazzo pubblico. Voglio che, durante il torneo, rubiate la statuetta che intende dare come premio. È una raffigurazione di un’Erinni. Alta circa sessanta centimetri, d’oro, con ali spiegate e un rubino in mano. Sta su una base con altri rubini incastonati, in bella vista su un piedistallo, dentro una teca nella sala del torneo.»
La tiefling posò la tazza, il tono si fece più fermo. «E voglio anche indietro i miei soldi. Cinquemila pezzi d’oro. Mi spettano. Non per avarizia. Per principio.»
Un’altra pausa. Roscoe annuì con la gravità di chi ha appena capito che il karma a volte si serve meglio in piatti d’oro.
«All’interno del casinò, troverete un contatto. Si fa chiamare Carezza. Lavora nella SPA, sezione massaggi. Vi darà una mappa. E no, non fate battute sul nome.»
Rennoise sbuffò piano.
«La struttura è su due livelli: al piano d’ingresso, che si raggiunge dalla barca, a destra ci sono le sale da gioco e la SPA, a sinistra il bar. Il piano inferiore si apre su una caverna naturale che ospita il ristorante — da lì si vede la cascata che si getta nel mare. Una vista spettacolare. Ideale per il furto di una vita.»
«Ci sono specchi incantati. Controllano varie stanze. I dipendenti sono tutti tiefling, reclutati per l’atmosfera. Alcuni, vi assicuro, sono più infernali del tema stesso.»
Infine, Verity estrasse una borsa conservante, la porse a Rennoise con un cenno. «Per voi. Per portare fuori il bottino. E se riuscirete nella missione… il Caveau vi riconoscerà cento monete d’oro a testa. E tutto quello che troverete, potete tenerlo. A parte la statuetta e i miei cinquemila.»
Poi, sorrise. Ed era un sorriso tagliente. Un sorriso con una punta di veleno nobile.
«A Quentin… voglio solo togliere la maschera. Far vedere che dietro tutta la scenografia c’è solo uno gnomo imbroglione con troppa autostima. Voi siete il sipario che gli cade addosso.»
E con quella frase, e il profumo persistente di tè alla menta nell’aria, il sipario — della missione, almeno — si alzò.
La Preparazione
In cui il buon gusto muore lentamente, strangolato dall’improvvisazione
Usciti dalla taverna, Rennoise passò il pomeriggio a cercare un abito che dicesse: “sono ricco, ma ho anche un segreto imbarazzante legato al mio passato nobile”. Dopo aver scartato una ventina di completi troppo sobri (cioè con meno di sei bottoni decorativi), optò per una giacca viola damascata con risvolti dorati e un cappello a falda larga che sembrava progettato per distrarre da una rapina. La borsa per coprire la borsa conservante era di velluto rosso, con ricami floreali e il tipo di chiusura che grida “tocca qui, ladro!”. Perfetta.
Menasfil, invece, entrò in una SPA e ne uscì tre ore dopo trasformata in una versione più liscia, profumata e scintillante di sé stessa. Le unghie erano curate al punto da poter lanciare incantesimi anche con il solo gesto del piede, e il vestito che scelse — un drappeggio di seta color rame con taglio asimmetrico — sembrava sussurrare “ho gusti costosi e non ho paura di usarli”. Alla domanda “non è un po’ troppo?”, rispose con uno sguardo che avrebbe incenerito un elfo solare.
Roscoe dichiarò con serietà che avrebbe fatto l’aiutante di Rennoise, cosa che implicava — secondo lui —gestire i soldi e intimidire con gentilezza. Passò un’ora a cambiare monete in pezzature sempre più piccole finché non ebbe una sacca che tintinnava come un’orchestra di nani ubriachi. Indossava il suo abito da “funzionario spirituale neutrale”, che consisteva in una tunica marrone con cintura in corda e una faccia da “non sono qui per giocare, ma se gioco vinco”.
Meera, che fino a quel momento si era mimetizzata con l’ambiente come una ruga nel velluto, entrò nella stanza con un completo in pelle nera che faceva “clack” quando camminava e “oh no” quando si voltava. La bocca di Roscoe si aprì e dimenticò di chiudersi. Rennoise fece cadere una moneta e non la raccolse mai più. Menasfil, che pensava di la propria identità, il concetto di attrazione, e il senso del pudore.
E io?
Io guardavo tutto.
Un halfling vestito da usuraio in pensione, una stregona da passerella infernale, un mezz’orco vestito da cassiere filosofico e un fantasma armato di pazienza.
Tutto sembrava prendere forma.
Brutta forma, certo. Ma forma.
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