IL CAVEAU AUREO – La Scommessa Stigea – Episodio 06

This entry is in the series Il Caveau Aureo

IL CAVEAU AUREO – La Scommessa Stigea – Episodio 06

Le solite note:

  1. Ci saranno spoilers è evidente. Difficile creare una storia da una delle avventure originali del libro nell’immagine dell’articolo senza non farne: per cui l’eventuale lettore si ritenga avvisato.
  2. Il master è stato (e sarà) Grumpy Ze mentre Gattone, Piolo ed io (Isth) i giocatori di questa sessione.
  3. Il tono del racconto è volutamente scherzoso.
  4. l’Entità Senza Nome non fa parte delle avventure, ma è una semplice e forse neanche troppo originale invenzione narrativa.
  5. Nel momento della scrittura di questo articolo non mi sovviene altro possibile avviso di allerta da sottoporre al lettore, ma mi riservo il diritto di aggiungerne altri ad ogni nuova sessione.
  6. Buona lettura!

Shopping di Precisione

In cui si acquistano tossine, un serpente e una scultura discutibile

La mattina dopo, si dedicarono a quello che ogni gruppo serio di ladri fa dopo una notte di omicidio e furto: shopping.

Acquistarono:

  • Un sonnifero.
  • Degli eccitanti.
  • Un purgante.
  • Un serpente.

Pagarono tutto vendendo il libro dell’Imp, il che, considerando i gusti letterari dell’inferno, fu quasi un atto di giustizia poetica.

Poi trovarono una statua, o qualcosa che ne reclamava la qualifica.
Uno scultore la descrisse come un capibara, ma il gruppo sospettava che fosse in realtà un errore scolpito nella pietra. Perfetta per sostituire la statua dell’Erinni.
Con un minimo sforzo, la beffa sarebbe stata anche esteticamente offensiva.

Infine, tappa in un negozio musicale.
Scopo: campanelle.

Non chiesero a cosa servissero al vecchio halfling.
Non era importante. Anche perché la risposta avrebbe probabilmente incluso almeno tre metafore, un proverbio di campagna e una ricetta sbagliata.

E dopotutto, nel piano, ormai prossimo alla realizzazione, ogni suono avrebbe avuto il suo momento.
Anche quelli fatti da oggetti che non dovrebbero suonare.
O da halfling che li usano nel modo meno ortodosso possibile.

Il Colpo

In cui si scommette tutto, si avvelena mezza clientela e si dà fuoco alla lavanderia

La sera era arrivata.
Quella sera.
Quella in cui ogni decisione avrebbe fatto la differenza tra successo leggendario… e una morte goffa nei panni sbagliati.

Il casinò dell’Oltretomba pullulava più del solito. Le guardie sembravano più attente, gli sguardi più severi, i bicchieri più pieni.
I nostri 3 eroi e l’involontaria e osservatrice, si guardarono intorno con quella calma studiata di chi sa di avere un piano.
Un piano molto lungo.
Con molti passaggi.
E un leone con delle campanelle.

Il primo obiettivo fu Quentin lo gnomo, ma come ogni boss di fine livello, faceva il giro delle public relations, stringendo mani e dispensando sorrisi falsi nella zona del bar.
Lì, mentre lui faceva lo sbruffone, il ladro  e il monaco si misero al lavoro.

Il sonnifero per le guardie e il purgante per gli ospiti finirono abilmente mescolati alle bevande, grazie a una mano esperta e a un barista ormai troppo complice per fare domande.
E poi, tutti al circo ad aspettare Gonboll, l’addestratore.
Il piano? Semplice.
Campanelle sulla coda del leone.
Perché nulla dice “infiltrazione professionale” come il tintinnio festoso di una bestia affamata e drogata. Rennoise spiegò il tutto con il tono di chi propone un cambio d’abito a uno yeti. Gonboll, forse per stanchezza o forse per rassegnazione, accettò.

Alle 20, Quentin rientrò negli uffici.
Alle 21, uscì.
E Rennoise entrò.
Con il lasciapassare dell’Imp, naturalmente.

All’interno del suo ufficio, il ladro sostituì con abilità la bacchetta d’osso e la chiave di vetro originali con le contraffazioni artigianali.
Artigianato che non avrebbe vinto concorsi, ma che aveva un certo fascino criminale.

Passarono poi dalla SPA per avvisare Carezza:
“Meera tra poco accenderà un piccolo incendio. Tu corri e strilla.”
Professionale.

Menasfil prese la vera chiave di vetro, Rennoise tenne la bacchetta vera.
Era tutto pronto.

Alle 21:50, segnale per Meera.
Alle 22, fuoco nella lavanderia.

Il fumo cominciò a uscire.
Meera, con precisione da manuale, trascinò fuori Carezza urlante.
Scimmie impazzite per colpa di eccitanti e purganti cominciarono a lanciarsi nel circo come se fosse il loro momento di gloria.
Il leone, con le campanelle tintinnanti, fece la sua comparsa ruggendo con la potenza di chi ha lo stomaco in rivolta e la dignità offesa.

Il caos si diffuse più velocemente di un pettegolezzo in una taverna.
La folla si agitava, le guardie correvano, le macchinette lampeggiavano come profezie impazzite. Nel bel mezzo del disastro, tra ruggiti, urla e campanelle tintinnanti, il trio sgusciò nella stanza della Security, dove quasi tutte le guardie dormivano profondamente.
Quasi tutte. Una di loro ebbe la sfortuna di alzare la testa.
E trovò Roscoe, che con la calma del monaco esasperato ma educato, la stordì con un pugno secco: preciso, risolutivo… e, se vogliamo, quasi affettuoso.

Senza perdere tempo, lui e Rennoise si lanciarono verso il Caveau, facendo a pezzi un paio di specchi sospetti lungo il tragitto.

Intanto Menasfil, con la nonchalance di una gatta che ha fiutato la preda e muove la coda con lentezza strategica, uscì in scena.
La sala era piena di gente in fuga, gridolini isterici e cravatte allentate nel panico.
Lei ci passava in mezzo con eleganza misurata, diretta verso la sala del torneo.
Ovviamente.

Nel Caveau, grazie alla bacchetta autentica, il Minotauro venne fermato.
La borsa data da Verity si rivelò fondamentale: riuscirono a riempirla con tutte le monete dei bauli.
Gli armadi, invece, offrirono un collare, uno stocco e una statua di giada di un coniglio, perché anche l’inferno ha i suoi oggetti da collezione. Con l’aria da chi ha appena fatto l’inventario dell’apocalisse, Rennoise diede l’ordine al Minotauro:
«Se entra qualcuno, mangialo.»
E lo mise davanti alla porta, lasciandolo lì come biglietto di visita per eventuali curiosi.

Tutto perfetto.

O quasi.

Nel tentativo di rompere gli specchi nella sala della Security, una delle guardie cominciò a svegliarsi.

Nel frattempo, Menasfil era ancora nel mare umano della sala principale, cercando di fendere la folla e raggiungere il torneo.

Il caos era totale.
I piani si muovevano come ingranaggi sgangherati.
Ma i pezzi, lentamente, andavano a posto.

E io, Entità Senza Nome, annusavo l’odore della vittoria.
Sì, certo, c’era anche fumo, sudore, e forse un accenno di leone stitico,
ma soprattutto c’erano sangue e un pungente profumo di disgrazia intestinale.

Quella dei feriti, dei purgati, e degli avventori che avevano scoperto troppo tardi che la fortuna non copre le emergenze gastrointestinali sotto stress da circo impazzito.

Insomma, l’epopea non solo aveva finalmente preso fuoco…ma pure una fragranza tutta sua.

Epilogo

In cui tutto finisce con un brindisi, un capibara, e una carrozza verso il tramonto

Nella sala del torneo, sotto la luce vibrante delle lanterne a tema infernale e l’odore persistente di tensione e purgante, Menasfil si piazzò tra due colonne di basalto.
Un gesto elegante. Composto. Quasi teatrale.
Poi castò un’illusione: una perfetta riproduzione della parete rocciosa con la teca ancora integra.
L’arte dell’inganno scenografico.

Nel frattempo, Roscoe, come previsto, attirò l’attenzione con un grugnito incomprensibile a metà strada tra una citazione monastica e l’effetto di un boccone di wasabi sbagliato.
Uno dei giocatori — un tipo con l’aria di chi ha visto abbastanza truffe da non abboccare più nemmeno agli sconti dei mercanti — si accorse che qualcosa non quadrava. Era una quiete irreale, quella che regnava nella sala del torneo —un silenzio sospeso, quasi sacro, che ignorava con ostinazione le urla, il fumo e le scimmie impazzite all’esterno. Tale è il potere della finale di un torneo di carte: riesce a tenere l’attenzione anche quando il mondo, letteralmente, brucia.

Rennoise, che aveva osservato tutto con l’attenzione di un ladro in fase zen, aspettò il momento giusto.
Poi, con la chiave di vetro, aprì la teca, prese la statuetta dorata…
…e la sostituì con la scultura informe del capibara, che troneggiava ora come il più grande insulto mai scolpito nella storia del falso d’arte.

Al suggerimento silenzioso di Menasfil, Roscoe e Rennoise si allontanarono con naturalezza, mentre il casinò cominciava a riempirsi di un gran casino.
Urlacci?
Mormorii?
Un’altra scimmia?
Qualcosa stava accadendo.

La stregona terminò l’illusione con un sorriso soddisfatto,
e attese le reazioni.
All’inizio: il nulla.
Poi: stupore.
Poi: indignazione crescente.
Infine: confusione organizzata, il che è un ossimoro utile in certe truffe.

Nel frattempo, Quentin — il piccolo monarca in miniatura del suo inferno illuminato a gas, faceva l’unica cosa che gli era rimasta: offrire da bere a tutti, nel disperato tentativo di placare la folla con l’antico rito del “ubriacali finché si dimenticano cosa è successo”. Intorno a lui, le guardie scivolavano sui liquami come danzatori tragicomici su una pista di pattinaggio improvvisata a base di vino, birra e tracce organiche di varia origine. Cercavano di mantenere l’autorità tra urla, tintinnii di bicchieri e una vecchia nana che pretendeva di sapere chi avesse insultato il suo babbuino.

Un tentativo ridicolo, disperato… e, purtroppo, efficace.

Perché l’alcol è da sempre l’illusione a buon mercato più potente del mondo: fa dimenticare, fa ridere, e a volte fa firmare documenti che ti rendono socio minoritario di un bordello galleggiante.

Poco dopo, Roscoe e Rennoise si erano materializzati al bancone con l’aria disinvolta di chi “passava di lì per caso”, sorseggiando birra a scrocco con tale naturalezza aristocratica che le guardie li osservarono per qualche secondo chiedendosi —con sincero dubbio — se non fossero effettivamente due figuranti assunti per dare colore alla serata.

Dieci minuti dopo, Quentin fece il suo ingresso tutto trafelato nella sala del torneo, scortato da un drappello di guardie armate fino ai denti. Il suo sguardo fiero cercava di ristabilire l’ordine, ma l’atmosfera era carica di tensione.

I giocatori lo fissarono con occhi che lanciavano frecciate più affilate delle lame delle guardie. Nessuno parlò. Tutti avevano visto. Nessuno voleva essere il primo a ridere.

Quentin si avvicinò alla teca, ma il suo contenuto era cambiato: al posto del premio, ora c’era una scultura raffigurante un capibara. Il silenzio era assordante. Poi, come un fulmine a ciel sereno, un giocatore scoppiò a ridere. Fu l’inizio di un’irrefrenabile ondata di ilarità. Le risate si diffusero come un incendio, travolgendo la sala. Quentin rimase immobile, il volto paonazzo, mentre la sua autorità si sgretolava sotto gli occhi di tutti. Il piccolo re del suo inferno artificiale era stato deriso, e nulla avrebbe potuto cancellare quella macchia dal suo orgoglio.

In quel momento Menasfil, elegante come un sipario che si chiude, si allontanò verso i moli, dove vide i suoi compagni uscire con passo calmo e soddisfatto.
Il gruppo si riunì, salì sulla carrozza, e prese la via verso la città.
Nessuno li fermò.
Nessuno li inseguì.
Il colpo era riuscito.

Alla Vedova Salmastra, li attendeva Verity Kay.

Seduti attorno a un tavolo, raccontarono tutto.
La truffa, il caos, le scimmie, il Minotauro, la bottiglia beffarda, la fuga.
Verity ascoltò con piacere. E risate.
Poi prese la sua parte di 5000 monete d’oro.
E la statua dorata del torneo.
La chiave di vetro fu distrutta.
La bacchetta d’osso, spezzata anch’essa nonostante le proteste di Rennoise che avrebbe voluto tenere il Minotauro d’osso come animaletto da compagnia.

Il Caveau Aureo aveva chiuso un altro caso.


E così è finita.

Nessuna esplosione.
Nessuna condanna.
Nessun nome inciso su una lapide.
Solo una truffa magistrale, un colpo teatrale, e un capibara scolpito male.

Non è quello che avrei immaginato.

Tre eroi e una presenza silenziosa.
Un’impresa impossibile realizzata con arte, astuzia e un uso sconsiderato di spezie purganti.

E io?
Io resto ancora senza nome.
Ma la leggenda cresce, una moneta rubata alla volta. Dopotutto… Se questo era solo il secondo capitolo,
non oso immaginare cosa succederà nel terzo.

Ma spero che includa meno feci.
E più epica.
O quantomeno, un altro capibara.

.

IL CAVEAU AUREO – L’Oscura Presenza del Murkmire – Episodio 01 IL CAVEAU AUREO – L’Oscura Presenza del Murkmire – Episodio 03

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *