
Dietro le quinte di Isthbox: dove usiamo l’AI e dove non entra
Dalla ricerca per Oltre la Recensione e Sette giorni sul tavolo agli arrangiamenti di KIKAI NO YUME, fino ai disegni senza AI di IsthArt.
L’AI su Isthbox non è un segreto. La usiamo, e tanto vale dirlo con chiarezza, senza relegare la faccenda in una nota scritta in corpo sei accanto alla Cookie Policy.`
Non entra ovunque e non svolge sempre lo stesso compito. Assiste la ricerca e l’organizzazione delle fonti in Oltre la Recensione e Sette giorni sul tavolo. In KIKAI NO YUME aiuta ad arrangiare composizioni musicali create da persone e crea le immagini delle rubriche che poi subiscono, comunque, un processo di post produzione fatto da esseri umani. In IsthArt, invece, non viene usata affatto.
Sono scelte diverse, ma nascono dalla stessa domanda: in quale punto uno strumento può ampliare un’idea umana, e in quale punto rischia di sostituirla?
Per le due rubriche editoriali bisogna attraversare una quantità notevole di materiali: articoli, comunicati, recensioni, campagne di crowdfunding, pagine ufficiali, dati, commenti argomentati e contenuti in lingue diverse. In questo passaggio l’AI è utile. Può passare in rassegna molte più fonti di quante riusciremmo a controllare nello stesso tempo e, soprattutto, non manifesta segni di cedimento alla quarantatreesima scheda del browser.
Raccogliere materiale non equivale a costruire un articolo. In mezzo qualcuno deve scegliere, verificare, abbandonare le piste deboli e rispondere di ciò che finisce online.ù
In questo articolo:
Oltre la Recensione: molte voci, nessuna esperienza inventata
Oltre la Recensione parte da una domanda piuttosto semplice: che cosa emerge quando mettiamo in dialogo recensioni provenienti da paesi, lingue e sensibilità differenti?
Per rispondere bisogna cercare molto. L’AI aiuta a individuare le fonti, tradurre i passaggi necessari, ordinare opinioni ricorrenti, riconoscere divergenze e preparare un dossier di lavoro. Può segnalare che una critica compare in cinque recensioni, che un pregio viene citato soprattutto in una determinata area linguistica o che due giudizi apparentemente opposti nascono, in realtà, da aspettative diverse.
È un contributo importante, ma ha un limite evidente: l’AI non ha giocato. Non ha aperto la scatola, spiegato le regole a tre amici, atteso venti minuti che qualcuno decidesse la prima mossa o scoperto, alla terza partita, che una strategia sembrava migliore soltanto perché al tavolo nessuno aveva ancora imparato a contrastarla.
Per questo Oltre la Recensione non finge di essere una recensione basata sull’esperienza diretta. È una meta-recensione: osserva ciò che hanno scritto e raccontato altre persone, ne confronta i punti di vista e prova a restituire un quadro più ampio senza trasformarlo in una sentenza.
La parte umana comincia ancora prima della ricerca. Quale gioco vale la pena affrontare? Perché proprio adesso? Dobbiamo considerare soltanto il titolo base oppure anche le espansioni? Quale domanda può essere davvero utile a chi legge?
Continua quando il dossier è pronto. Una ricorrenza rappresenta un consenso reale o cinque siti stanno ripetendo lo stesso comunicato? Il corpus è abbastanza ampio? Una critica isolata è irrilevante oppure coglie un problema trascurato dagli altri? È corretto arrivare a una conclusione oppure il materiale disponibile richiede più cautela?
L’AI può aiutare a formulare queste domande. La redazione deve decidere quali delle risposte hanno un senso per i possibili lettori.
Sette giorni sul tavolo: trovare notizie è facile, scegliere è il lavoro
Ogni settimana il settore tabletop produce annunci, ristampe, premi, campagne, accordi commerciali, controversie e nuove edizioni. Se li pubblicassimo tutti, Sette giorni sul tavolo diventerebbe presto un inventario. Completo, forse. Utile, molto meno.
In questa rubrica l’AI assiste il monitoraggio delle fonti, riunisce le notizie duplicate, raccoglie collegamenti, date e cifre e prepara una prima mappa della settimana. Può anche suggerire connessioni: una nuova politica editoriale che coinvolge più aziende, un aumento dei giochi in solitaria, oppure una serie di campagne che sembrano indicare un cambiamento nel modo di finanziare e vendere i giochi.
Il rischio, però, è di non comprendere ciò che conta. Una campagna milionaria non è automaticamente più importante di una modifica a una licenza. Un comunicato molto condiviso può avere conseguenze minime, mentre una decisione apparentemente tecnica può cambiare l’accesso a regole, localizzazioni o strumenti utilizzati da migliaia di giocatori.
Qui interviene la selezione editoriale. La redazione stabilisce quale sia la notizia centrale, quali sviluppi meritino un approfondimento, che cosa abbia conseguenze per il pubblico italiano e che cosa possa essere lasciato fuori senza rimpianti. Verifica i passaggi essenziali, distingue i fatti dalle dichiarazioni aziendali e indica quando una cifra è ancora in movimento.
Soprattutto, decide quale storia racconti davvero quella settimana. Perché sette giorni non sono soltanto una fila di date. A volte mostrano un settore che cambia direzione; altre volte non mostrano nulla di così solenne. Va bene anche questo. Non tutte le settimane sono obbligate ad avere un tema epocale. Talvolta hanno soltanto parecchie scatole nuove e un editore che ha cambiato distributore.
KIKAI NO YUME: prima viene la musica
Il punto di partenza di KIKAI NO YUME non è un comando che chiede a una macchina di inventare un brano dal nulla. Sono composizioni create da persone e affidate al progetto sotto forma di file MIDI e WAV.
Dentro quei materiali esiste già una direzione musicale. Non sono contenitori vuoti in attesa che qualcuno o qualcosa decida che cosa farne. Contengono passaggi, intenzioni e scelte che appartengono a chi li ha composti.
L’intelligenza artificiale entra dopo, durante l’arrangiamento. Aiuta a esplorare possibili forme sonore e a sentire come il materiale di partenza possa comportarsi con soluzioni differenti. Può suggerire strade che forse non sarebbero emerse subito, accelerare alcune prove e produrre anche qualche idea sorprendente.
“Sorprendente” non significa automaticamente “giusta”.
Un brano può indossare molti vestiti, ma non tutti gli stanno bene. Un arrangiamento può essere ricco, pulito e tecnicamente convincente, eppure portare la composizione da un’altra parte. Può mettere in primo piano ciò che doveva restare sottile oppure appiattire proprio il passaggio che dava identità al pezzo.
Per questo il lavoro umano non termina quando vengono consegnati i file iniziali. Qualcuno deve ascoltare le proposte, riconoscere ciò che rispetta l’idea originale, scartare il resto e decidere quando una possibilità meriti di essere sviluppata. L’AI amplia il tavolo delle prove; non stabilisce quale versione rappresenti davvero il progetto.
L’apporto umano sta all’inizio, nelle composizioni MIDI e WAV, e continua lungo il percorso attraverso l’ascolto, la selezione e la revisione. Il contributo dell’AI va quindi raccontato per ciò che è: un aiuto concreto nell’arrangiamento, non l’origine della musica e neppure una firma dietro la quale nascondere le decisioni.
IsthArt: un momento distratto e personale
IsthArt parte da tutt’altra situazione.
Isthalas spesso disegna mentre parla al telefono. Linee, forme e piccoli incastri compaiono senza un progetto già ordinato, mentre una parte dell’attenzione è altrove. Per qualcuno sarebbero scarabocchi da lasciare accanto a un numero annotato male. Per Isth possono diventare l’inizio di un lavoro sul suo IPad in formato digitale.
Quei “disegnini” non sono una bozza impersonale da sostituire con qualcosa di più efficiente. Sono il suo modo di creare: la mano trova un ritmo, ripete una forma, rompe una simmetria e spesso arriva in un posto che la testa non aveva programmato.
Da lì nasce la ricerca di IsthArt tra astrattismo, geometria, pieni, vuoti e rapporti di colore. Il passaggio decisivo, però, è già avvenuto. È quel momento un po’ distratto e molto personale in cui il segno prende vita.
Inserire l’intelligenza artificiale proprio all’origine non farebbe risparmiare una fase noiosa. Eliminerebbe la fase per cui il progetto esiste.
Per questo IsthArt non usa AI. Non è una dichiarazione contro ogni tecnologia e non pretende di fissare una regola per tutti gli artisti. È un confine scelto per questo progetto: le immagini devono conservare il legame con il gesto manuale e con quel modo particolare di pensare attraverso il disegno.
In fondo, anche parlare al telefono ha finalmente trovato una conseguenza produttiva.
Due scelte diverse, la stessa domanda
KIKAI NO YUME e IsthArt sembrano dare risposte opposte, ma proteggono la stessa cosa.
In KIKAI NO YUME, se togliessimo l’intelligenza artificiale, la composizione musicale continuerebbe a esistere. Cambierebbe il modo di esplorarne l’arrangiamento, non la sua origine. L’AI può quindi entrare a valle del gesto creativo e offrire possibilità ulteriori, purché le decisioni restino umane.
In IsthArt, invece, chiedere a un sistema di generare i segni iniziali significherebbe togliere proprio il punto di partenza. Potremmo ottenere un’immagine gradevole, forse persino coerente con quelle già realizzate, ma non sarebbe nata nello stesso modo. E in questo caso il modo conta quanto il risultato.
Usare l’AI non rende automaticamente un progetto più moderno. Escluderla non lo rende automaticamente più autentico. Quello che conta è capire che cosa stia facendo davvero e se il suo intervento sostenga il nucleo umano dell’opera oppure lo metta da parte.
Le pagine dedicate ai due progetti sono ancora in via di definizione e cresceranno insieme ai lavori. Per KIKAI NO YUME si vedrà il ruolo dell’AI nell’arrangiamento. Per IsthArt si vedrà un’opera digitale nata da distratti disegnini, senza aggiungere un passaggio tecnologico che non esiste.
Il valore umano non si misura in battute digitate
Sarebbe facile sostenere che un articolo sia più umano soltanto quando ogni parola viene battuta a mano. Non è questo il punto. Utilizziamo da anni correttori ortografici, motori di ricerca, fogli di calcolo, traduttori e sistemi di impaginazione senza pensare che abbiano preso il posto di chi lavora a un testo.
Il valore umano si trova altrove. Sta nel riconoscere che una frase è corretta, ma fuorviante. Nel capire che tre fonti non sono davvero indipendenti. Nel togliere una battuta che si è presentata senza invito e non vuole più andarsene (e non ha portato il variegato all’amarena o il gusto lampone). Nel lasciare visibile un dubbio invece di coprirlo con una conclusione sicura e ben pettinata.
Sta anche nella voce. Una prima stesura può essere ordinata, grammaticalmente impeccabile e completamente priva di vita. Può usare sempre la stessa lunghezza dei paragrafi, introdurre ogni sezione allo stesso modo e chiudere con quella solennità da discorso alla nazione che nessun articolo su un gioco da tavolo avrebbe mai richiesto.
La revisione serve a evitare proprio questo. Non consiste nel sostituire qualche parola con un sinonimo o nell’aggiungere un paio di battute per simulare spontaneità. Significa rimettere mano alla struttura, variare il ritmo, tagliare le spiegazioni superflue, scegliere parole corrette. Una frase che sembra scritta per impressionare un correttore automatico, difficilmente aiuterà un lettore.
E poi esiste la decisione più importante: non pubblicare. Una persona può fermarsi e dire che le fonti non bastano, che il taglio è debole o che il testo, nonostante tutto il lavoro fatto, non rappresenta Isthbox. Il pulsante “Pubblica” resta dall’altra parte della scrivania.
Chi è ChIAra
Il nome ChIAra rende riconoscibili su Isthbox i contenuti editoriali nati con un contributo strutturale dell’intelligenza artificiale. Le due lettere centrali non sono esattamente un travestimento sofisticato.
ChIAra, però, non è una recensora immaginaria alla quale attribuire partite mai giocate, gusti personali o esperienze che non possiede. È il nome con cui rendiamo visibile il contributo dell’AI alla ricerca, al confronto e alla prima organizzazione dei materiali, in particolare per Oltre la Recensione e Sette giorni sul tavolo.
Non è un’etichetta universale da applicare a qualunque progetto tocchi l’intelligenza artificiale. KIKAI NO YUME dichiara l’uso dell’AI all’interno del proprio processo musicale; IsthArt non la utilizza. Progetti diversi richiedono spiegazioni diverse, possibilmente senza costringere ChIAra a imparare anche il solfeggio. E tutte le rubriche di libri, racconti e recensioni non la utilizzeranno mai. Ed è per questo che, oltre essere sempre in ritardo sulle scadenze interne, è anche possibile trovare refusi ed errori banali.
La firma non trasferisce alla macchina la responsabilità dell’articolo. Scelta dell’argomento, criteri di selezione, interpretazione, revisione e pubblicazione restano sotto la responsabilità della redazione di Isthbox. Se qualcosa è sbagliato, non potremo cavarcela dicendo che l’algoritmo aveva avuto una brutta giornata.
Le regole che ci diamo
Per le due rubriche editoriali valgono alcuni principi semplici.
- Le fonti decisive devono essere identificabili e raggiungibili dal lettore.
- Fatti, dichiarazioni e interpretazioni devono rimanere distinti.
- Non attribuiamo all’AI esperienze di gioco, gusti o giudizi personali.
- Quando il materiale è povero, sbilanciato o contraddittorio, il limite deve comparire nell’articolo.
- Ogni testo passa attraverso una revisione editoriale e un’approvazione umana.
- Gli errori, quando emergono, vengono corretti dalla redazione che ha scelto di pubblicare il pezzo.
In fondo agli articoli comparirà inoltre una nota metodologica adatta alla rubrica. Non una formula usata per assolverci, ma un’indicazione concreta del lavoro svolto.
Nota sul metodo: l’intelligenza artificiale ha assistito la ricerca, il confronto e l’organizzazione preliminare delle fonti. Selezione editoriale, interpretazione, revisione stilistica e approvazione finale sono responsabilità della redazione di Isthbox.
Per KIKAI NO YUME il confine è diverso ma altrettanto chiaro: le composizioni MIDI e WAV sono di origine umana; l’AI assiste l’arrangiamento; ascolto, selezione e revisione restano affidati alle persone. Per IsthArt la regola è ancora più breve: l’AI non fa parte del processo creativo.
Strumento dichiarato, responsabilità riconoscibile
L’intelligenza artificiale può rendere più rapida una ricerca accurata, ma anche la produzione di un articolo mediocre. Può aprire possibilità durante un arrangiamento, oppure allontanare un brano dalla propria identità. Può generare un’immagine in pochi secondi, ma in IsthArt quei secondi salterebbero proprio il momento da cui nasce tutto.
Perciò contano il metodo, i confini e la disponibilità a mettere in discussione il risultato.
Con Oltre la Recensione vogliamo allargare lo sguardo senza appropriarci delle voci che confrontiamo. Con Sette giorni sul tavolo vogliamo ridurre il rumore senza fingere che una selezione sia neutrale. Con KIKAI NO YUME esploriamo arrangiamenti nuovi senza cancellare l’origine umana delle composizioni. Con IsthArt conserviamo il rapporto diretto tra la mano, il segno e l’opera.
La promessa, quindi, non è che l’intelligenza artificiale non sbaglierà. Sarebbe una promessa dalla vita piuttosto breve, perché verrebbe infranta quasi subito. La promessa è che non le chiederemo di avere l’ultima parola e che non la inviteremo dove la sua presenza toglierebbe senso al progetto.
L’AI prepara materiali e propone alternative quando serve. Scegliere, dubitare, correggere, ascoltare e pubblicare resta lavoro umano.
E qualche volta la scelta più umana consiste nel lasciare lo strumento nel cassetto.
La Redazione di Isthbox