IL CAVEAU AUREO – La Scommessa Stigea – Episodio 05
Le solite note:
- Ci saranno spoilers è evidente. Difficile creare una storia da una delle avventure originali del libro nell’immagine dell’articolo senza non farne: per cui l’eventuale lettore si ritenga avvisato.
- Il master è stato (e sarà) Grumpy Ze mentre Gattone, Piolo ed io (Isth) i giocatori di questa sessione.
- Il tono del racconto è volutamente scherzoso.
- l’Entità Senza Nome non fa parte delle avventure, ma è una semplice e forse neanche troppo originale invenzione narrativa.
- Nel momento della scrittura di questo articolo non mi sovviene altro possibile avviso di allerta da sottoporre al lettore, ma mi riservo il diritto di aggiungerne altri ad ogni nuova sessione.
- Buona lettura!
Il Piano prende forma
In cui si finge, si seduce, si spia, si sbaglia associazione, si promette libertà e si ruba (ma con garbo)
Il pomeriggio passò rapido come una buona idea rovinata dal troppo entusiasmo. Tra un riposo strategico e una manicure di controllo, i nostri eroi si prepararono per la serata, pronti a mettere in atto il piano. O perlomeno la prima parte del piano. Quella che di solito funziona fino a quando qualcuno non tocca qualcosa che brilla.
La bacchetta non era venuta benissimo.
Anzi, sembrava l’opera finale di uno studente d’arte nervoso e miope.
Dopo numerosi tentativi di miglioramento, culminati con un episodio in cui Roscoe la usò per mescolare il tè, il gruppo decise: “Va bene così.”
Detto con la stessa rassegnazione con cui si accetta una zia imbarazzante a un matrimonio.
I trucchi furono nascosti nella borsa di Menasfil, insieme a numerosi altri segreti che solo una borsa di una signora come entità pensante conosce veramente, e si misero in viaggio verso il Casinò dell’Oltretomba con un ordine mentale chiaro:
- Parlare con Carezza.
- Trovare gli altri portatori del Bracciale della Cooperazione.
- Travestirsi da tiefling (con dignità).
- Verificare l’accesso con il lasciapassare rubato.
- Scoprire quali animali fanno parte del circo.
Appena giunti alla SPA, Carezza nominò gli altri due possessori dei bracciali:
Gonboll, l’addestratore di animali, e Kalfen, il barista.
Nel frattempo, si scoprì che il tiefling derubato del lasciapassare si era lamentato della scomparsa, ma fortunatamente, non l’aveva ancora denunciata. Una finestra di opportunità aperta… ma che poteva sbattere con violenza da un momento all’altro.
Rennoise, che stava evidentemente attraversando la fase artistica del suo curriculum criminale, decise di avvicinare Kalfen con grazia e disinvoltura. E riuscì. Così bene, in effetti, da sembrare davvero elegante, almeno fino a quando non rivelò di far parte dell’ANAL – Associazione Nazionale Abyssal Liberation – con una naturalezza tale da far scivolare l’acronimo nel dialogo come se fosse un segreto di stato.
Kalfen non batté ciglio.
«Ci vediamo nella Lounge,» disse.
«Tra un’oretta,» rispose il ladro, tentando di mantenere la dignità.
Fallì, ma in modo affascinante.
Mentre il tempo scorreva, i nostri cercarono Gonboll all’arena del circo.
La doppia porta era chiusa. E un’acrobata all’interno dichiarò che Gonboll non era presente. Una delusione. Anche perché erano pronti a offrire libertà, informazioni, e forse un biscotto.
Un altro giro delle sale non rivelò nulla di nuovo rispetto alla sera precedente. Ma nella Lounge, le informazioni cominciarono a fluire come vino versato da una bottiglia storta.
Roscoe, mai uomo di troppi giri di parole, si sedette davanti a Kalfen e disse:
«Sei prigioniero, noi ti liberiamo. In cambio ci dici tutto.»
Un metodo chiaro. Onesto. Ed efficacemente brutale.
Kalfen confermò:
- Di notte escono tutti tranne l’imp.
- 2 o 3 guardie presidiano la zona degli specchi.
- Una guardia resta per controllare gli animali.
- L’ultimo spettacolo con gli animali avverrà prima della premiazione.
Era tutto utile. E sorprendentemente senza spargimenti di sangue.
Un successo.
Ma mancava ancora una cosa. Una piccola, leggera, fondamentale aggiunta al piano.
Sostituire il lasciapassare rubato con quello di una guardia.
E fu Rennoise, con la grazia di un ballerino e la precisione di un chirurgo ubriachi ma ispirati, a compiere il furto con successo esemplare.
Un prendi e sostituisci così rapido e pulito che persino le ombre sembrarono trattenere il fiato per non distrarlo. Un gesto fluido, invisibile, elegante. Così elegante che perfino Meera — che non esprimeva mai emozioni — sembrò quasi approvare con un impercettibile fremito di palpebra.
Il piano prendeva forma. I pezzi cadevano al loro posto.
Il travestimento, il lasciapassare, l’alleato nella Lounge.
Ed io non potevo che annotare tutto con crescente entusiasmo.
A questo punto mancava solo un piccolo dettaglio.
Qualcosa di semplice.
Entrare nel caveau, rubare tutto e uscire vivi.
Cosa potrà mai andare storto?
Dentro il Buio
In cui si entra in un Caveau, si litiga con un tomo, e l’odore dei panni sporchi non è il peggio
C’è un momento in ogni impresa criminale in cui i protagonisti si chiedono, in silenzio: “Stiamo davvero per farlo?”
E poi, si infilano volontariamente in una cesta dei panni sporchi, insieme a tovaglie, asciugamani e l’eco dei clienti sudati. Con l’aiuto di Carezza, i nostri si nascosero sotto quella coltre umida e odorosa. L’attesa fu lunga. Lunghissima. Sufficientemente lunga da far dubitare del tempo, della realtà e del perché mai il bucato infernale includesse così tanti fazzoletti piegati a forma di pipistrello.
Quando finalmente il silenzio scese come una coperta, meno soffocante di quella in cui erano avvolti, Rennoise uscì a controllare. Nessuno in vista. Nessun rumore. Nessun dramma.
Era il momento.
Roscoe e Menasfil, sgusciati fuori come tiefling da manuale (grazie al trucco applicato con dedizione e spugnetta magica), si aprirono la via fino alla porta della sala principale.
Con l’Occhio della Strega, Menasfil vide subito l’Imp.
Seduto al tavolo del bar.
Che leggeva un tomo enorme con l’intensità di uno studente la notte prima dell’esame.
Uno studente malvagio, con le ali e probabilmente dei piani per la conquista del mondo.
Menasfil si spostò in posizione, tenendolo d’occhio.
Roscoe, con la delicatezza che ci si aspetta da un monaco in missione, lanciò delle palline contro la parete opposta.
L’Imp alzò lo sguardo, distratto.
Era il segnale.
Menasfil riaprì la porta per i compagni.
Si mossero a passo felpato verso la porta del bar… ed entrarono nella zona uffici.
Dentro, raggiunsero finalmente l’ufficio di Quentin.
Cercarono trappole.
Aprirono cassetti.
Trovarono:
Nessuna chiave.
Nessuna bacchetta.
Una scatola intarsiata in linguaggio abissale.
Un piccolo altare dedicato a Mammona.
«Il che spiega molto…» mormorò Menasfil.
«…e aggiunge cose da non voler sapere,» concluse Roscoe.
Rennoise, da parte sua, esplorava oltre.
Scoprì una guardia annoiata che giocava a carte da solo.
La sala degli specchi era vuota.
C’erano sei celle. Nessun detenuto. Nessuna trappola visibile.
Era l’occasione.
Proseguì fino al Caveau.
Lo aprì.
Dentro:
Sette bauli del tesoro.
Due armadi chiusi.
Uno scheletro di Minotauro, apparentemente in pausa caffè.
Il messaggio silenzioso fu chiaro: Tempo di andare.
Il gruppo decise di dividersi per raccogliere i pezzi mancanti.
Menasfil rimase alla postazione degli specchi, monitorando l’Imp.
Roscoe andò a recuperare la mezzelfa dalla lavanderia.
Rennoise cercò la guardia nella sala del torneo…
…e vide la teca della statua.
Vuota.
Ma prima che il panico si insediasse…
L’Imp si mosse.
Menasfil, rapida, lanciò Messaggio.
«Uscite. Adesso.»
Tutti si rimisero in moto, le dita sulle armi, i pensieri sulla fuga.
Ma la sorte, come spesso accade, scivolò sulle mattonelle.
Rennoise inciampò. Un passo sbagliato. Un rumore troppo forte.
L’Imp alzò lo sguardo.
Le orecchie si drizzarono.
Le ali si mossero.
Gli occhi si strinsero.
E io, Entità Senza Nome, annotai tutto con trattenuto entusiasmo.
Il Caveau era stato aperto.
I travestimenti funzionavano.
Le palline avevano distratto.
La statua era sparita.
E ora…
qualcosa stava per esplodere.
Ah, finalmente.
Epopea… o disastro imminente.
A volte, la linea tra le due cose è sottile come un halfling nascosto dietro un vaso da fiori troppo piccolo.
E in questo caso, quel vaso era decisamente troppo piccolo.
Ma non preoccupatevi.
Qualunque cosa accada, sarà degna di essere scritta.
Magari con un po’ di fuliggine, un grido soffocato e una corsa disperata verso l’uscita.
Ma scritta.
Corsa, Illusioni e Cadaveri Gettati con Grazia
In cui l’eroismo si misura in biglie, l’illusione inganna, e il capibara prende forma
La fuga, come ogni grande opera d’arte, inizia con un colpo di scena e prosegue con un gran numero di persone che si fingono invisibili dietro oggetti palesemente insufficienti.
Menasfil fu la prima. Vide l’Imp trasformarsi in ragno, e come ogni persona sana di mente fece l’unica cosa sensata: si nascose dietro una cassa e pregò che nessuno sapesse contare.
L’Imp-ragno cominciò a salire su per la parete della caverna come un’idea sbagliata ma determinata.
Rennoise, Roscoe e Meera la seguirono, ognuno scegliendo una cassa, una colonna, o un’ombra in saldo nel reparto “Occultamento per Avventurieri Inquieti”.
Poi, l’azione teatrale.
Menasfil lanciò Immagine Silenziosa, facendo apparire una figura incappucciata accanto alla porta del bar, la più drammatica delle finte persone mai generate da un incantesimo di secondo livello.
Il ragno si fermò.
Poi diventò invisibile.
Poi, tutti trattennero il respiro.
Rennoise, sempre creativo con gli oggetti a portata di mano, tirò una biglia contro la porta. Clink.
Perfetta.
Rumore.
Distrazione.
Suspense.
Roscoe si mosse con Meera, avvicinandosi di soppiatto alle casse vicino all’uscita, come un monaco zen in cerca di pace e di un buon angolo cieco.
Menasfil, tenendo sotto controllo l’Imp invisibile con l’Occhio della Strega, decise che era il momento di muoversi verso la barca.
L’Imp sembrava attratto dalla figura illusoria.
Perfetto.
Rennoise la seguì.
Silenzioso come un dubbio al secondo appuntamento.
Roscoe raggiunse la barca e la slegò.
Meera ci salì senza un suono, come sempre.
Menasfil li raggiunse, lanciando segnali a Roscoe.
Via.
Via ora.
La barca partì.
Uscirono dalla caverna.
L’aria notturna profumava di successo, fumo, e quel lieve sentore sulfureo che accompagna solo le imprese rischiose e le cucine troppo creative.
Arrivati al molo, Rennoise lasciò la bottiglia-feticcio derisoria accanto, come promesso. Roscoe legò la barca. Poi si incamminarono verso la città.
E fu allora che l’Imp, con un leggero FOT!, apparve davanti a loro.
Rennoise non perse tempo.
Lo colpì con lo stocco, tagliandogli un’ala.
Roscoe, fedele al principio monastico del “meglio due che una”, gli diede una bastonata… e poi due manate.
L’Imp smise di essere un problema prima ancora di iniziare ad esserlo e divenne un cadavere volante.
Una rapida perquisizione rivelò il lasciapassare.
Utilissimo.
Il corpo fu gettato con cura giù dalla scogliera, accompagnato solo da un cenno d’intesa e un:
«Che le correnti infernali se lo tengano.»
Ma non era ancora finita.
Rientrarono.
Rennoise andò in avanscoperta, nascosto tra le ombre.
Aspettò che la guardia uscisse dalla sala della teca, poi, appena entrò negli uffici, chiamò gli altri.
Tutti si infiltrarono di nuovo.
La seconda esplorazione… non rivelò nulla di nuovo.
Niente chiavi, niente altari, niente trappole con torte al veleno.
Recuperarono il libro dell’Imp, “Uomini senza vergogna, vol. I”. Forse un romanzo, forse un capolavoro di narrativa, forse un pericoloso trattato ideologico. In ogni caso, nessuno lo aprì sulla via del ritorno. Neppure per sbaglio.
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