Void 1680AM – After the Long Road

Daniel Mercer torna a Eurydice Ridge e riaccende WERG 1475 AM. Con il nome di Orpheus Vale, inaugura After the Long Road: una notte di musica, chiamate inattese e vecchi nastri dimenticati.

This entry is in the series Void 1680AM
Cover Rubrica After the Long Road

Void 1680AM – After the Long Road

Void 1860 AM Rulebook Cover

VOID 1680 AM è un gioco di ruolo da tavolo per un solo giocatore in cui interpreti la voce di un broadcaster radiofonico notturno. Attraverso carte, dadi e musica costruisci la tua playlist e dai forma ai Caller che telefonano in onda, con le loro identità, paure e desideri. Si può giocare in una singola sessione di circa due ore oppure continuare su più broadcast collegati tra loro.


Le solite note:

  1. Il contenuto di questo racconto/esempio di gioco tratta argomenti non adatti ai più piccoli.
  2. È la mia sessione di gioco. Avrei potuto essere più fantasioso, più audace e fare connessioni più interessanti? Probabile. Eppure, sono soddisfatto del risultato.
  3. Non è assolutamente necessario giocarlo e scrivere come ho fatto io. A me piace creare una storia e collegare tutti gli eventi, questo non vuol dire che debba piacere ad altri il mio metodo o che sia quello giusto.
  4. Non sono uno scrittore ed è probabile che ci siano refusi, typo e altri errori.
  5. Nel momento della scrittura di questo articolo non mi sovviene altro possibile avviso di allerta da sottoporre al lettore, ma mi riservo il diritto di aggiungerne altri ad ogni nuova sessione.
  6. Se vi fa piacere cercate e ascoltate le canzoni che sono state inserite cercando di rispondere ai prompts del gioco
  7. I gusti musicali non sono in discussione…
  8. Buona lettura!

Broadcast 01 – La prima notte

Daniel Mercer fermò l’auto sul ciglio della strada, poco prima del cartello di Eurydice Ridge.

Il motore rimase acceso ancora qualche secondo. Davanti a lui, la cittadina stava bassa nel buio, con poche luci accese e la statale che la tagliava senza fretta. Non era cambiata abbastanza da sembrargli nuova, né abbastanza poco da sembrargli davvero la stessa.

Spense il motore.

Restò lì a guardarla.

C’erano posti da cui si parte pensando di averli chiusi alle spalle. Poi passano gli anni e ti ritrovi di nuovo davanti allo stesso cartello, con una borsa sul sedile accanto e nessun motivo davvero convincente per tirare dritto.

Daniel inspirò piano, rimise in moto e imboccò la strada per la salita alla sua destra.

Più tardi, la luce rossa ON AIR si accese con un piccolo scatto secco.

Daniel la guardò un istante di troppo. Poi si chinò sul banco.

La regia odorava di polvere vecchia, cavi scaldati male e fumo rimasto nei muri. WERG 1475 AM non sembrava rinata. Sembrava rimessa in piedi per testardaggine.

Fuori, a Eurydice Ridge era la solita notte: poche luci lontane e la statale da qualche parte nel buio. Dentro c’erano il mixer, tre spie mezze stanche, un microfono e un posacenere.

Si schiarì la gola. Più volte.

“Questa è After the Long Road.

Io sono Orpheus Vale e siete su WERG 1475 AM, da Eurydice Ridge.

Se state guidando, tenete gli occhi aperti.

Se siete fermi da qualche parte e vorreste essere altrove, non siete gli unici.

Qui fuori c’è buio, una statale vuota e poca compagnia. Vediamo se il vecchio impianto reggerà ancora una notte.”

Premette il tasto.

Partì Tush degli ZZ Top.

La canzone entrò con quel modo sfacciato che non chiede permesso. Daniel si appoggiò allo schienale e lasciò che riempisse la stanza.

Per cominciare andava bene così.

Quando tornò in onda, la sua voce era più stabile.

“Ecco. Una stazione abbandonata, troppe sigarette e gli ZZ Top. Poteva andare peggio.

Per quelli che si sono messi in ascolto adesso: siete su WERG 1475 AM. Questa è After the Long Road.

Io sono Orpheus Vale.

Se avete preso la strada giusta non lo so. Ma ormai siete qui.”

Fece partire Midnight Rider dei The Allman Brothers Band.

Sapeva di asfalto, finestrini abbassati e chilometri fatti più per non fermarsi che per arrivare davvero da qualche parte.

Durante l’assolo si alzò, andò verso il vetro e guardò fuori senza vedere nulla di preciso.

Gli era già capitato, anni prima: parlare nel buio e immaginare qualcuno dall’altra parte.

Quando il brano finì, si chinò di nuovo sul microfono.

“Quella era Midnight Rider.

Ci sono canzoni che non ti fanno solo compagnia. Ti tengono sveglio. A quest’ora, dopo un po’ di strada può essere quello che serve.

Adesso ne metto una che non ha bisogno di presentazioni da parte mia.”

Partì Descending dei The Black Crowes.

Quella volta non si mosse. Restò seduto, mani vicine ai cursori, gli occhi fissi davanti a sé.

Il finale di Descending si spense piano.

La seconda linea cominciò a lampeggiare.

Daniel aspettò un battito, poi aprì il microfono e la chiamata.

“Sei in onda.”

Dall’altra parte arrivò un respiro, poi una voce maschile. Più vecchia che giovane. Una di quelle voci che sembrano già stanche prima ancora di cominciare.

“Non voglio fare richieste.”

“Meglio,” disse Orpheus. “Le richieste al primo giorno mi mettono già di cattivo umore.”

Dall’altra parte si sentì qualcosa che poteva essere una mezza risata.

“Io lì ci lavoravo. Non fisso. Quando serviva. Anni fa, quando hanno svuotato un po’ di roba… io e un altro ci siamo portati via una scatola.”

Daniel non disse niente.

“Dentro c’erano nastri. Vecchi nastri di WERG. Bobine, cassette, roba così. Non so neanche perché li abbiamo presi. Per nostalgia, forse. O solo perché eravamo scemi. Lui mi diceva di buttarli, ma io non ho voluto. Non pensavo che questa stazione sarebbe tornata e, a dire il vero, me n’ero quasi dimenticato. Ma adesso vi ho sentiti… e mi è tornata in mente quella scatola.”

Orpheus si passò il pollice sul labbro.

“E allora hai chiamato qui?”

“Ho chiamato la stazione.”

Ci fu un piccolo silenzio.

“Non so se voglio riportarli indietro,” disse l’uomo. “Ma non voglio neanche vederli finire in un bidone.”

Daniel guardò la luce rossa, il fumo che saliva storto, il vetro nero davanti a lui.

“Allora non buttarli,” disse piano. “Non stanotte. Tienili dove sono. Poi vedremo.”

La linea cadde senza un vero saluto.

Orpheus tornò sul microfono.

“Bene. Primo programma, prima chiamata, e saltano già fuori dei vecchi nastri di WERG. Non me lo aspettavo al primo giro.

Questa è After the Long Road.

Se vi siete messi in ascolto adesso, siete su WERG 1475 AM.

Io sono Orpheus Vale. E questa è per voi che avete deciso di stare in nostra compagnia.”

Premette play.

Partì I Feel Love di Donna Summer.

La stanza cambiò aria. Dopo polvere, fumo e chitarre sporche, arrivò quel battito preciso e notturno, quasi troppo pulito per un posto come quello.

Proprio per questo funzionava.

Quando tornò in onda, Daniel aveva la voce un filo più asciutta.

“Lo so. Passare da ZZ Top a Donna Summer non è elegante. Ma stanotte non mi interessa essere elegante. E comunque sì, funziona.”

Fece partire Blinded by the Light dei Manfred Mann’s Earth Band.

Quella gli lasciò addosso una sensazione strana, familiare. Non solo per il ritmo. Per il fatto che certi pezzi te li porti dietro per anni anche se non hai mai capito fino in fondo che cosa stessi cantando.

Forse era anche per quello che restano appiccicati alla mente come ricordi che pensavi di aver dimenticato. E poi, eccoli lì uscire all’improvviso.

Quando rientrò, stavolta rise appena.

“Ci sono canzoni che hai cantato per mezza vita senza sapere bene che cosa dicessero. Non è un difetto, è una buona scusa.”

Batté due dita sul tavolo.

“Adesso cambiamo passo.”

Partì Thunderstruck degli AC/DC.

La stanza si riempì di corrente.

Fu quasi alla fine del pezzo che la seconda linea cominciò a lampeggiare.

Appena il brano si chiuse, Daniel aprì il microfono e subito dopo la chiamata.

“Sei in onda.”

Per un momento non arrivò niente. Poi una voce. Non tanto irriconoscibile, quanto difficile da fissare. Poteva essere giovane. Forse no. Poteva essere una donna stanca, un uomo che parlava piano. O semplicemente qualcuno che aveva avuto una giornata troppo lunga.

“Vorrei una canzone.”

“Cominciamo bene.”

“Non una qualsiasi.”

“Quelle facili non capitano mai.”

Un altro silenzio.

“Voglio una canzone bellissima,” disse la voce, “di qualcuno che tu non sopporti.”

Daniel sbuffò piano dal naso.

“Questa è proprio cattiva.”

“Forse.”

“E come mai?”

La risposta non arrivò subito.

“Perché magari una persona ti dà fastidio. Magari non vuoi nemmeno sentirla nominare. Però poi c’è quel pezzo lì, e niente. Il pezzo resta.”

Orpheus restò zitto un momento.

“Vai avanti.”

“Non lo so. Mi sembra che tutto si stia stringendo. Il lavoro. La città. La testa. Vorrei sentire qualcosa che non riesco a liquidare in due parole. Anche se a te non piace chi la canta.”

Daniel si appoggiò al tavolo con l’avambraccio.

“Capito.”

“Davvero?”

“Non del tutto, no. Però abbastanza.”

La tensione dall’altra parte si abbassò appena.

“La metti?”

“Più tardi. Te la tengo da parte.”

“Va bene.”

La linea cadde.

Orpheus restò un secondo a guardare i led verdi del banco. Poi tornò sul microfono.

“Mi hanno appena chiesto una canzone bellissima di qualcuno che non sopporto. Richiesta scomoda. Me la tengo per il terzo blocco.

Per chi invece si è messo in ascolto adesso: questa è After the Long Road, su WERG 1475 AM, da Eurydice Ridge.

Io sono Orpheus Vale. Andiamo avanti.”

Partì Billie Jean di Michael Jackson.

“Eccola,” disse appena sopra l’intro. “Ve l’avevo promessa.”

Il pezzo cambiò subito l’aria nella stanza. Quando entrò, tutto il resto sembrò fare un passo indietro.

“Va bene. Il pezzo regge ed è storia della musica. Su questo non c’è molto da discutere, purtroppo per me. Non succede spesso che io lo ammetta in diretta, quindi godetevela.”

Fece partire Einstein on the Beach (For an Eggman) dei Counting Crows.

Quella portò dentro finestre aperte, sonno leggero e pensieri arrivati troppo tardi per essere utili.

Quando finì, Daniel aspettò un paio di secondi prima di parlare.

“Questa è da aria tiepida, occhi aperti e testa troppo sveglia per l’ora che abbiamo fatto. A chi serve altro?”

Poi lasciò andare Why Should I Cry for You di Sting.

Il pezzo finì e Daniel lasciò passare un paio di secondi, il tempo di far sfumare la malinconia composta che il brano gli aveva lasciato addosso.

Il telefono suonò di nuovo.

“Sei in onda.”

Dall’altra parte arrivò una voce giovane. Maschile, forse. Ma soprattutto incerta nel modo giusto.

“Non chiamo per una canzone. Volevo solo dire una cosa.”

“Dimmi.”

“Ho accompagnato una persona a casa. E niente, siamo rimasti in macchina un sacco. A parlare. Cioè… neanche tanto. Però era diverso.”

Orpheus abbassò lo sguardo sui cursori.

“Diverso in bene o diverso in male?”

“In bene. Credo. Solo che non è successo niente.”

Daniel si passò un dito sul mento.

“Eh. Sono quelle che poi ti girano in testa per giorni.”

Il ragazzo rise piano, più per imbarazzo che per altro.

“Già.”

“L’hai almeno salutata bene?”

“Non lo so.”

“Allora no.”

Orpheus si immaginò un mezzo sorriso dall’altra parte della linea.

“Volevo solo dirlo a qualcuno.”

“E hai chiamato una stazione radio quasi morta.”

“Sì.”

“Ci sono posti peggiori.”

Il ragazzo rimase zitto un momento.

“Grazie.”

“Sì.”

Stavolta il saluto ci fu. Breve, ma ci fu.

La linea si chiuse.

Daniel restò con la mano sul potenziometro per qualche istante. Poi tornò sul microfono.

“Va bene. A quanto pare stanotte le canzoni da sole non vi bastano più.

Questa è After the Long Road, su WERG 1475 AM, da Eurydice Ridge.

Io sono Orpheus Vale. Andiamo avanti.”

Fece partire Take Me Home, Country Roads di John Denver.

Quella gli riportava vicino un pensiero vecchio, uno di quelli che non amava toccare troppo.

Sua madre la cantava ogni tanto, a bassa voce, mentre faceva altro. Daniel da bambino non capiva nemmeno tutte le parole, ma capiva l’idea. Qualcuno era lontano. Qualcuno poteva tornare. Per anni gli era sembrata una cosa possibile.

Quando tornò in onda, parlò piano.

“Questa, per me, non è mai stata solo una canzone sul tornare.

È una canzone che per tre minuti ti fa credere che una strada possa riportare davvero qualcuno indietro. Poi il sogno finisce, certo. Però quei tre minuti ci sono.”

Lasciò partire Sweet Child O’ Mine dei Guns N’ Roses.

Quella era una di quelle canzoni che sembrano già stare nelle mani prima ancora che nella testa.

Rientrò appena il tempo di dire:

“Ci sono pezzi che non devi nemmeno seguire. Le mani ci arrivano prima di te.”

Poi mise Lightning Bolt dei Pearl Jam.

Dopo le prime due, questa arrivò a rimettere tutto un po’ in tensione.

Quando il pezzo finì, Daniel lasciò passare un attimo.

“Questa la lascio lì. Per stanotte basta così.”

Il telefono suonò di nuovo.

“Sei in onda.”

Dall’altra parte arrivò una voce giovane. Più ferma di quella del ragazzo di prima, ma solo in superficie.

“Non so bene perché ho chiamato.”

“Non sei il primo.”

Un piccolo respiro dall’altra parte.

“Credo di avere due possibilità. O almeno tutti continuano a dirmi così.”

“Vai.”

“Una è andarmene. L’altra è restare. Detta così sembra facile, ma non lo è.

Il problema è che una mi fa paura e l’altra pure.”

La voce fece una pausa breve.

“Se parto, magari sbaglio tutto. Se resto, magari mi ritrovo tra cinque anni nello stesso punto, a dirmi che dovevo muovermi prima.”

Daniel guardò il vetro nero della regia.

“Sì. La paura di restare fermo e pentirtene dopo, quella la conosco.”

“E allora?”

“Non è detto che tu debba deciderlo stanotte.”

Dall’altra parte silenzio per quello che sembrò un minuto.

“No?”

“Stanotte almeno l’hai detto ad alta voce. Non risolve. Però adesso non è solo nella tua testa.”

La voce lasciò uscire una mezza risata, ma senza allegria.

“Non sembra molto.”

“No,” disse Orpheus. “Non molto.”

Un altro silenzio.

“Tu come fai a capire quando è il momento?”

Orpheus chiuse gli occhi piano.

“Non lo capisco. Me ne accorgo sempre dopo.”

La linea si chiuse.

Daniel restò per un momento a guardare il banco, poi tornò sul microfono.

“Va bene.

Questa era After the Long Road.

Stanotte sono passate canzoni, vecchi nastri e qualche telefonata che non sapeva bene dove andare.

Da WERG 1475 AM, da Eurydice Ridge, io sono Orpheus Vale.

Se state guidando, tenete gli occhi aperti.

Se state tornando, andate piano.

Se non avete ancora capito dove state andando, non siete i soli.

Buonanotte.”

La luce ON AIR si spense.

Per qualche secondo restò solo il ronzio basso dell’impianto.

Daniel rimase seduto, con le mani ancora vicine ai cursori. Poi si tolse le cuffie e le appoggiò piano sul banco.

La regia era identica a prima.

Polvere. Spie stanche. Il vetro nero davanti a lui. L’odore di fumo vecchio rimasto nei muri.

Nessuna rivelazione.

Meglio così.

Abbassò lo sguardo sul log della trasmissione e chiuse la riga della serata. Per un momento tenne la penna sospesa, come se bastasse non scrivere altro per lasciare tutto dov’era.

Poi, sotto l’orario di chiusura, segnò:

Broadcast 02 — domani notte

Restò a guardare quelle parole.

Poteva ancora raccontarsi che fosse solo per controllare meglio l’antenna, la linea telefonica, il mixer. Tutte cose vere, in fondo.

Daniel richiuse il log, spense l’ultima spia e prese la giacca.

Uscì dalla regia, attraversò il corridoio e chiuse la porta di WERG a chiave dietro di sé.

Fuori, l’alba cominciava appena. Dalla collina, Eurydice Ridge stava più in basso, ancora mezza spenta, con qualche finestra accesa e la statale chiara tra le case.

Daniel rimase lì un momento, con le chiavi in mano.

Poi si accese una sigaretta.

Scese verso la cittadina senza fretta, canticchiando sottovoce un pezzo rimasto dalla notte.

Una vecchia amica lo stava aspettando.

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