Star Trek Captain’s Log – Beneath the Surface (parte 1)

La USS Vespucci torna in simulazione per una prova tattica, ma la missione prende presto una direzione imprevista. Max Mariani Keats e il suo equipaggio dovranno confrontarsi con un mondo sconosciuto e con problemi che nessuna esercitazione di combattimento può risolvere.

This entry is in the series Star Trek Captain’s Log
Foto equipaggio USS Vespucci

Star Trek Captain’s Log – Beneath the Surface (parte 1)

Copertina Libro

Star Trek Adventures: Captain’s Log, pubblicato da Modiphius Entertainment, è un gioco di ruolo in solitario ambientato nell’universo di Star Trek. Utilizza una versione più leggera del sistema 2d20 di Star Trek Adventures e permette di creare un personaggio, un equipaggio e le missioni che ne costruiranno progressivamente la storia.

Da queste partite nasce Captain’s Log, la rubrica narrativa di Isthbox.

Il protagonista è Max Mariani Keats, cadetto del primo anno dell’Accademia della Flotta Stellare e aspirante ufficiale di comando suo malgrado. Con lui ci sono Azalin, Uxgam, Zuebe, Laurem, Iwala e Plasus: sette cadetti molto diversi che, nelle simulazioni dell’Accademia, formano l’equipaggio della USS Vespucci.



  • Questa serie nasce da una partita reale in solitario a Star Trek Adventures: Captain’s Log. Gli eventi principali, gli esiti e le decisioni derivano dal gioco.
  • Non è la trascrizione della sessione. Dopo la partita, il materiale viene trasformato in un racconto, sviluppando scene, dialoghi, rapporti tra i personaggi e continuità narrativa.
  • Gli esiti del gioco non vengono modificati semplicemente perché una soluzione diversa sarebbe stata narrativamente più interessante. Se i dadi decidono di complicare le cose, la storia si adegua. Di solito con la mia totale o parziale disapprovazione.
  • La campagna utilizza l’universo di Star Trek e cerca di mantenerne coerenti atmosfera, tecnologia e principi, ma segue una continuity narrativa propria e utilizza prevalentemente personaggi e vicende originali.
  • Max e il suo equipaggio sono cadetti. Possono sbagliare, prendere decisioni discutibili (io ne prendo di continuo), interpretare male una situazione o scoprire soltanto dopo che esisteva una soluzione migliore. È parte della partita e, soprattutto, della loro storia.
  • La rubrica non è affiliata ufficialmente a Paramount, CBS Studios, Modiphius Entertainment o agli altri titolari dei diritti di Star Trek. Star Trek Adventures: Captain’s Log e gli elementi dell’universo di Star Trek appartengono ai rispettivi proprietari.
  • Come sempre, potrebbero essere sopravvissuti refusi, errori e qualche violazione creativa della sintassi. Segnalazioni pacifiche sono benvenute.
  • Buona lettura. E lunga vita e prosperità.

Episodio 3

Beneath the Surface

Diario del Cadetto 197507.14 – Data Astrale 2024.06.15

Sono passate due settimane dalla nostra prima missione sulla Vespucci.

Dovrei dire simulazione, non missione. Gli istruttori insistono su questa distinzione e, in linea teorica, hanno ragione. La sala olografica dell’Accademia non è una vera nave. I membri dell’equipaggio non rischiano la vita. I danni non sono danni. Le morti simulate non sono morti.

In linea teorica.

In pratica, quando ti trovi seduto sulla poltrona del capitano, con una nave che perde potenza, una sala medica piena di feriti e un equipaggio che aspetta ordini, il cervello si dimentica di essere dentro quattro pareti protette da campi di sicurezza. O almeno il mio lo ha fatto.

Il rapporto ufficiale ha stabilito che la nostra missione non può essere valutata secondo i criteri ordinari. Il guasto del simulatore, la comparsa di variabili non previste e la perdita del controllo esterno hanno reso impossibile assegnare un punteggio regolare.

Traduzione: zero.

Uxgam ha passato buona parte della settimana a sostenere che uno zero non può esprimere il valore statistico di un evento fuori scala. Azalin, per stemperare la tensione, ha detto che, a Risa, uno zero ottenuto con tanta fatica meriterebbe almeno una bevanda colorata e un piccolo ombrellino. Zuebe, che non deve aver capito il senso dal tono, ha risposto che nessun esame medico serio potrebbe consigliare l’assunzione di ombrellini.

Laurem non ha detto nulla, ma credo che lo zero gli pesi più di quanto voglia mostrare.

Io non so cosa pensare. Nel rapporto non ho menzionato il computer di bordo. Nessuno di noi lo ha fatto.

Hubert.

Non so se sia stato un errore di programmazione, una parte della simulazione o qualcosa che l’Accademia conosce e finge di non conoscere. Non so se abbia scelto di aiutarci, di osservarci o solo di divertirsi alle nostre spalle. So soltanto che, a fine missione, mi ha salutato.

Oggi torniamo nella sala olografica. La prova sarà tattica. Questa volta avremo anche un ufficiale di sicurezza. Forse è un buon segno. Oppure gli istruttori hanno deciso che, visto il nostro storico, è meglio darci qualcuno addestrato a sparare prima che il simulatore provi a ucciderci di nuovo.


Non avrebbe dovuto scrivere quella frase nel diario, ma decise di non cancellarla. Era convinto che anche i fallimenti potessero insegnare qualcosa, purché si fosse disposti a riconoscere i propri errori. Eppure, ripensando a quanto era accaduto, non riusciva a capire quanto del risultato dipendesse dalle loro decisioni e quanto da una serie di circostanze del tutto imprevedibili. Avevano davvero fallito? E, soprattutto, avrebbe potuto fare qualcosa di diverso? Continuava a ripercorrere mentalmente la missione, senza trovare una risposta che lo convincesse.

La porta del suo alloggio si aprì prima che il pad avesse finito di salvare la registrazione.

Max uscì nel corridoio con la giacca ancora aperta e il comunicatore in mano. Lo agganciò alla divisa mentre controllava l’ora. Non era in ritardo, ma era abbastanza vicino da sentire una voce molto famigliare nella sua testa.

Un capitano non corre.

Suo padre avrebbe ribattuto, ridendo, che un capitano avrebbe fatto benissimo a correre, se la sua nave fosse stata sul punto di esplodere. Sua madre avrebbe finto di indignarsi, come faceva ogni volta che lui si divertiva a contraddirla.

Il corridoio dell’Accademia era pieno di cadetti in movimento. Uniformi, voci, passi, borse, pad, richiami in lingue diverse. Quel tipo di confusione organizzata che la Flotta Stellare sembrava in grado di generare anche in un ambiente progettato per l’efficienza.

Uxgam lo intercettò vicino all’ascensore.

«Mio caro amico umano, ho riflettuto molto sul nostro risultato.»

Max si fermò. «Buongiorno anche a te.»

«Buongiorno, certo. È sottinteso nel tono con cui mi sono avvicinato.»

«No, non lo era.»

Uxgam parve considerare la cosa con cura. «Allora buongiorno. Adesso posso tornare al punto?»

Max indicò il corridoio. «Se camminiamo.»

Il Denobulano si affiancò a lui con l’aria di chi avesse preparato un discorso e aspettasse solo una vittima dotata di orecchie.

«Lo zero è un simbolo ingiusto. Non in matematica, dove svolge una funzione nobile e in certi casi commovente, ma in ambito valutativo. In un sistema di misurazione delle prestazioni, lo zero indica assenza di risultato. Noi, invece, abbiamo prodotto un risultato. Abbiamo evitato un collasso della missione, instaurato un contatto, mantenuto la nave operativa più a lungo del previsto e siamo sopravvissuti a un guasto del simulatore.»

«Sopravvissuti a un guasto del simulatore suona male.»

«È quello che è stato, direi»

Davanti a loro, Azalin stava camminando di spalle, con la coda bianca raccolta alta e le punte sfumate di rosa che oscillavano a ogni passo. Teneva per mano Zuebe, che sembrava impegnata a guardare ovunque tranne che verso le dita intrecciate alle sue.

«Ebura!» lo chiamò Azalin, voltandosi verso di lui con un entusiasmo che attirò l’attenzione di alcuni cadetti.

Max alzò una mano. «Aza, non urlare.»

«Non stavo urlando. Voleva solo essere un manifestazione di entusiasmo.»

Zuebe si avvicinò con le guance leggermente arrossate. «Si è capito, Aza» disse, accennando un sorriso. «Credo ti abbiano sentita anche dall’altra parte del corridoio.»

Poi abbassò lo sguardo, stringendo più forte la mano della risana.

Uxgam osservò la scena con interesse. Max vide la domanda formarsi sul suo volto e decise di intervenire prima che diventasse una frase.

«Dov’è Laurem?»

Azalin indicò l’area ristoro a pochi metri di distanza. «Davanti al replicatore. Credo stia litigando con una bevanda.»

«Ti ho sentita…non sto litigando con una bevanda» disse Laurem senza voltarsi.

Era fermo davanti al replicatore con le mani dietro la schiena e lo sguardo fisso sul pannello. La pelle arancione tendeva verso sfumature più scure lungo le tempie e le macchie tipiche della sua specie sembravano farsi più fitte vicino agli occhi.

«Stai fissando quel replicatore da un bel pezzo ormai» disse Azalin. «A casa mia, se guardi qualcuno per tre minuti senza parlare, o vuoi baciarlo o vuoi colpirlo.»

Zuebe tossì.

Max si mise al fianco del Sulibano. «Problemi?»

Laurem abbassò lo sguardo sul piccolo oggetto che teneva tra le dita. Era una rondella metallica sottile, consumata, attraversata da incisioni quasi cancellate.

«No.»

«Quello cos’è?» chiese Uxgam.

Laurem chiuse la mano. «Nulla.»

Azalin inclinò la testa. «Il nulla ha un aspetto molto metallico.»

Per un istante sembrò che Laurem volesse andarsene. Poi guardò Max. Non proprio negli occhi, ma abbastanza vicino.

«Era parte di un regolatore di pressione. Vecchio. Rotto. Mio nonno lo teneva appeso vicino alla porta dell’officina.»

«Un portafortuna?» chiese Zuebe.

Laurem fece un gesto delle spalle. «Più o meno.»

Il replicatore emise un lieve segnale.

«Non esisteva da me» disse poi. «Non così. La tecnologia della Federazione era qualcosa che arrivava da fuori. Quando arrivava. Nella colonia le macchine non venivano sostituite. Venivano riparate. Ancora. E ancora. Finché non rimaneva abbastanza della macchina originale da poter fingere che fosse la stessa.»

Uxgam smise di sorridere.

«È per questo che hai scelto ingegneria?» chiese Max.

Laurem passò un dito sulla rondella. «Ho scelto ingegneria perché le macchine non chiedono a quale specie appartieni prima di rompersi. Si rompono e basta. Poi qualcuno deve capire perché.»

Azalin aprì la bocca, ma non disse nulla.

Era una cosa rara.

«Quando la nave della Federazione trovò la colonia» continuò Laurem «gli ingegneri furono i primi a parlare con noi senza paura. O senza mostrarla. Per loro eravamo persone con sistemi danneggiati, non Sulibani della Cabala.»

La parola rimase tra loro.

Cabala.

Max ricordò Shov Th’charirh, la piazza dell’Accademia, il pugno chiuso, l’insulto. Ricordò Laurem che cercava di scomparire sotto un albero come se la luce stessa potesse accusarlo.

«Tu non eri nella Cabala» disse Max.

Laurem lo guardò. «Molte persone non fanno questa distinzione.»

«Noi sì.»

Il Sulibano restò immobile. Poi inserì il comando sul replicatore.

«Tè verde. Temperatura media. Senza zucchero.»

La tazza apparve nel vano con un lieve bagliore.

«Scelta audace» disse Azalin.

«È per Zuebe.»

La Trill alzò gli occhi, sorpresa.

«Ieri hai detto che, piuttosto che bere ancora il tè della mensa, avresti preferito un succo di lumache vressiano. Con doppia razione di bava.»

Laurem fece una breve pausa.

«Non ne ho mai sentito parlare, ma ho immaginato che non volesse essere un complimento.»

Azalin rise.

Zuebe prese la tazza con entrambe le mani. «Grazie.»

Laurem annuì, come se avesse appena completato una riparazione.

«Cadetti Mariani Keats, Esgor, Zogid, Uxgam e Ponet.»

La voce veniva da dietro.

Iwala Talbup era ferma a pochi passi da loro, la postura dritta, il mento alto, gli occhi di ghiaccio puntati sul gruppo. Al suo fianco c’era una ragazza che Max non aveva mai visto.

Era più bassa di Iwala, ma trasmetteva un’energia diversa. Non rigidità. Tensione. Come una molla compressa. Aveva lineamenti umanoidi, pelle chiara, capelli scuri raccolti indietro e occhi attenti. L’uniforme da cadetta portava la striscia della sicurezza.

«Siete in ritardo» disse Iwala.

Max controllò il pad. «Mancano sei minuti.»

«Se aspettiamo l’ultimo momento, rischiamo di arrivare in ritardo.»

«Tu devi essere l’ultimo membro dell’equipaggio che ci mancava.»

«Plasus» rispose lei, senza aggiungere altro.

Azalin le rivolse un sorriso. «Azalin Esgor. Comunicazioni, entusiasmo e qualche occasionale violazione della quiete pubblica.»

«Sicurezza» si limitò a rispondere Plasus.

«Una donna di poche parole. Mi piace.»

Iwala si voltò verso Max. «Il tenente Tellerita l’ha assegnata al nostro equipaggio per le esercitazioni tattiche. Ho pensato fosse utile incontrarla prima di entrare nel simulatore.»

«Hai pensato bene» disse Max. Poi si rivolse a Plasus. «Benvenuta a bordo.»

Plasus lo osservò con attenzione. «Lei è il capitano?»

Quella parola gli fece ancora uno strano effetto.

«Durante le simulazioni.»

«Capisco.»

Il modo in cui lo disse suggeriva che no, non capiva affatto. O che non le importava.

Uxgam fece un passo avanti. «Se posso chiedere, Plasus è il suo nome completo?»

«Sì.»

«Nessun cognome?»

«No.»

«Interessante. Nella mia famiglia abbiamo così tanti nomi e collegamenti coniugali che, per alcune riunioni, dobbiamo usare schemi.»

Plasus lo fissò.

«Non è una minaccia» disse Max. «È solo Uxgam.»

«Di solito la precisazione basta» aggiunse Azalin.

Iwala si mise a camminare verso la sala olografica. Plasus la seguì. Gli altri si accodarono.

«Ardana, giusto?» chiese Iwala alla nuova cadetta.

Plasus annuì.

«Troglyte?» continuò Iwala.

Plasus rallentò di mezzo passo. «Sì.»

Iwala non parve notare il cambio di ritmo. O lo notò e scelse di non farlo pesare.

«Non conosco molto il suo mondo. Solo i riferimenti storici ai conflitti sociali tra Stratos e la popolazione delle miniere.»

«Non erano conflitti sociali» disse Plasus. «Erano persone sopra le nuvole e persone sotto terra.»

Iwala tacque.

«Le sintesi storiche federali a volte cercano parole semplici per definire problemi più complessi» aggiunse Plasus.

Max la guardò. C’era durezza nella sua voce, ma non rancore sterile.

«Allora oggi una prova tattica dovrebbe sembrarti semplice» disse Azalin, nel tentativo di sciogliere la tensione.

Plasus la guardò. «Nulla è semplice quando qualcuno ti dà un’arma e ti dice di usarla.»

Azalin annuì. «Mi correggo. Non mi sembra più semplice.»

Le porte della sala olografica si aprirono. Il ponte della Vespucci li aspettava.

Max entrò per ultimo.

«Capitano a bordo» disse Iwala, già sull’attenti.

Questa volta nessuno rise. O quasi. Azalin sorrise, ma rimase al suo posto.

Le luci della plancia erano più basse rispetto alla prima missione. Le console avevano interfacce tattiche già attive. Sui pannelli laterali scorrevano dati su scudi, bersagli simulati, tracciamento e manovre evasive.

Plasus si sedette alla postazione di sicurezza. Passò le dita sui comandi, li studiò, poi spostò di pochi centimetri la posizione della sedia.

«Problemi?» chiese Max.

«No. La console era impostata per qualcuno con braccia più lunghe.»

Uxgam si chinò verso Laurem. «Annotazione pratica. Mi piace.»

Laurem era già immerso nei controlli di ingegneria.

«Tutti ai posti» disse Max.

Zuebe si diresse verso la sezione medica collegata alla plancia. Prima di uscire, Azalin le sfiorò il polso.

Solo per un istante e Zuebe ricambiò il gesto, poi scomparve oltre la porta.

Lo schermo principale si accese.

Il volto del tenente Tellarita apparve in mezzo a una cornice di dati.

«Cadetti» disse con un grugnito che poteva essere un saluto o un semplice sbuffo di impazienza. «Vedo che siete riusciti a presentarvi con un ufficiale di sicurezza questa volta. Ottimo. Così, se il simulatore decide di esplodere, potrete almeno farlo con ordine.»

Max non seppe se rispondere.

«La missione odierna è una serie di simulazione tattica. Nulla di eroico. Nulla di poetico. Nulla che richieda discorsi sul destino dell’esplorazione. Dovrete difendere la nave da minacce simulate, proteggere un convoglio, gestire danni ai sistemi e dimostrare di saper coordinare plancia, ingegneria, navigazione, comunicazioni, sicurezza e medicina.»

«Signore» disse Max. «Le condizioni del simulatore sono state verificate?»

Il tenente lo fissò a lungo prima di rispondere.

«Cadetto, ci sono ingegneri che non dormono da due settimane perché un gruppo di reclute è riuscito a trasformare una prova di routine in un incidente da conferenza tecnica. Sì. Le condizioni sono state verificate.»

«Sì, signore.»

«Bene. Il comando è suo, Capitano Mariani Keats. Vediamo se oggi riuscirete ad ottenere una valutazione più brillante.»

Lo schermo si spense.

Silenzio.

«Frase motivante» disse Azalin.

«Molto Tellarita» aggiunse Uxgam.

Max si sedette sulla poltrona del capitano.

«Computer, aprire diario di bordo.»

Il segnale sonoro rispose.

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