Void 1680AM After the Long Road – Broadcast 02

Daniel torna al microfono di WERG per una seconda notte. Tra caffè cattivo, musica rock, scelte di lavoro, denaro e una possibile partenza, After the Long Road comincia a diventare uno spazio reale per chi chiama.

This entry is in the series Void 1680AM
Cover Rubrica After the Long Road

Void 1680AM After the Long Road – Broadcast 02

Void 1860 AM Rulebook Cover

VOID 1680 AM è un gioco di ruolo da tavolo per un solo giocatore in cui interpreti la voce di un broadcaster radiofonico notturno. Attraverso carte, dadi e musica costruisci la tua playlist e dai forma ai Caller che telefonano in onda, con le loro identità, paure e desideri. Si può giocare in una singola sessione di circa due ore oppure continuare su più broadcast collegati tra loro.


Le solite note:

  1. Il contenuto di questo racconto/esempio di gioco tratta argomenti non adatti ai più piccoli.
  2. È la mia sessione di gioco. Avrei potuto essere più fantasioso, più audace e fare connessioni più interessanti? Probabile. Eppure, sono soddisfatto del risultato.
  3. Non è assolutamente necessario giocarlo e scrivere come ho fatto io. A me piace creare una storia e collegare tutti gli eventi.
  4. Non sono uno scrittore ed è probabile che ci siano refusi, typo e altri errori.
  5. Nel momento della scrittura di questo articolo non mi sovviene altro possibile avviso di allerta da sottoporre al lettore, ma mi riservo il diritto di aggiungerne altri ad ogni nuova sessione.
  6. Se vi fa piacere cercate e ascoltate le canzoni che sono state inserite cercando di rispondere ai prompts del gioco
  7. Buona lettura!

BROADCAST 02 – La Seconda Notte

Mabel Hays bussò al vetro della regia con due nocche secche. Non forte. Il giusto per farsi sentire.

Daniel alzò gli occhi dal banco.

Lei entrò senza aspettare inviti, posò un bicchiere di caffè vicino al mixer e guardò il posacenere.

“Sei arrivato presto.”

“Volevo controllare due cose.”

“Mh.”

Daniel prese il bicchiere.

“Grazie.”

“Non è buono.”

“Lo so.”

Dal corridoio arrivava il solito ronzio dell’impianto. Sotto la porta sul retro passava un filo d’aria fredda. Fuori dai vetri, Eurydice Ridge era quasi tutta al buio.

Mabel lo studiò per qualche secondo.

“Stanotte hai una faccia migliore.”

“È incoraggiante?”

“Non esageriamo.”

Daniel bevve. Il caffè confermò la previsione.

Mabel si avvicinò al vetro della regia.

“Da ragazzo parlavi troppo.”

Daniel accennò un sorriso.

“Adesso mi sono anche trovato un microfono.”

“Non intendevo in onda.”

Lui abbassò gli occhi sul banco.

“No. Immaginavo.”

Mabel indicò con il mento il cartello ON AIR, ancora spento.

“Comunque non raccontargliela troppo.”

“Che cosa?”

“Quell’ idea da uomo che pensa di aver capito qualcosa.”

Daniel rise piano.

“Non penso di averla più.”

“Meglio.”

Si voltò per uscire, poi si fermò sulla porta.

“Chi sarai stasera?”

Daniel guardò il microfono.

“Orpheus.”

“Va bene, Orpheus. Fai il tuo, io farò il mio.”

Uscì.

Daniel rimase un momento a guardare il caffè, le spie verdi e il vetro nero davanti a sé.

Poi accese la luce rossa.

“Questa è After the Long Road.

Io sono Orpheus Vale e siete su WERG 1475 AM, Eurydice Ridge.

La stazione è ancora qui. Io pure. Per stanotte ci accontenteremo.

Cominciamo.”

Partì When the Levee Breaks dei Led Zeppelin.

Il pezzo riempì subito la regia.

Daniel si appoggiò allo schienale e lasciò che Bonham facesse il resto. Il piede cominciò a muoversi sotto il banco quasi subito. Quando il brano finì, riaprì il microfono.

“Led Zeppelin, When the Levee Breaks. Chiude il loro quarto album, 1971.

La versione che conoscete venne registrata a Headley Grange, una vecchia casa nell’Hampshire. La batteria di Bonham sfrutta proprio l’acustica dell’edificio. Se vi è sembrata troppo grande per stare dentro uno studio, avete ragione. Non c’è stata”

Guardò la scheda successiva.

“Blackberry Smoke. Ain’t Much Left of Me.”

Daniel alzò appena il volume. Conosceva già il pezzo e soprattutto il modo in cui Charlie Starr lo cantava: stanco, ma senza autocommiserazione.

Quando tornò in onda, si passò una mano sulla bocca.

“Questa è su The Whippoorwill. Nel 2013 i Blackberry Smoke ne registrarono anche una versione acustica perché i fan continuavano a chiederla. La band la mise fuori dicendo, in sostanza: visto che insistete, eccola. Io resto affezionato a questa.”

Fece scorrere l’ultima scheda del blocco.

“Quella dopo mi arrivò da qualcuno che non ricordo più. Succede.

Blind Guardian. Mordred’s Song, versione acustica.”

Prima di farla partire aggiunse:

“È su The Forgotten Tales, uscito nel 1996. Un disco abbastanza strano anche per loro: cover, riletture e versioni alternative dei propri pezzi. Nello stesso album riuscirono a far convivere i Blind Guardian con Mister Sandman e Surfin’ U.S.A. Certo una scelta rischiosa e non banale.”

Partì Mordred’s Song (Acoustic).

Daniel tamburellò due dita sul banco durante il ritornello. La linea telefonica cominciò a lampeggiare prima della fine.

Aspettò l’ultima nota, poi aprì.

“Prima chiamata della serata. Sei in onda.”

Dall’altra parte arrivò una voce difficile da collocare.

“Non chiamo per una canzone.”

“State diventando troppi.”

“Scusa.”

“Non era un rimprovero. Vai.”

La voce prese fiato.

“Mi hanno offerto un lavoro.”

“Fin qui sembra una buona notizia.”

“Fuori città.”

“Quanto fuori?”

“Abbastanza da dovermi trasferire. Più soldi. Molti di più.”

“E non sai se accettare.”

“No.”

Daniel prese una penna.

“Ti piace il lavoro?”

Silenzio.

“Mi piace l’idea di andarmene.”

“Quello è un altro discorso.”

“Lo so.”

“Se l’offerta fosse qui, la prenderesti?”

La voce esitò.

“Non lo so.”

“E se pagasse uguale a quello che prendi adesso?”

Altro silenzio.

“Probabilmente no.”

Daniel appoggiò la penna.

“Allora almeno hai due domande diverse. Il lavoro e la partenza.”

“Non mi aiuta molto.”

“Non era previsto.”

La voce rise appena.

“Devo dare una risposta dopo il colloquio.”

“Fallo. Poi decidi con qualcosa di concreto davanti.”

“Giusto.”

“E non chiamarmi per farmi scegliere al posto tuo.”

“Promesso.”

La linea si chiuse.

Daniel tornò sul microfono.

“Seconda notte e qualcuno mi ha già chiesto implicitamente di organizzargli un trasferimento. Non penso di essere qualificato. Continuiamo.”

Il secondo blocco cominciò con una chitarra che Daniel riconobbe subito.

“Creedence Clearwater Revival. Bad Moon Rising.”

Lasciò andare il pezzo.

Quando rientrò aveva un mezzo sorriso.

“E sì, è quella del famoso ritornello che per anni parecchia gente ha capito come ‘there’s a bathroom on the right’. Io ero fra quelli. John Fogerty ormai ci scherza anche dal vivo e indica davvero da che parte sarebbe il bagno. Da ragazzo, comunque, io sentivo il bagno. E non ero solo.”

Scosse la testa con un sorriso

“Rolling Stones. Sympathy for the Devil.”

Daniel aspettò la fine prima di riaprire.

“Beggars Banquet, 1968. Questa all’inizio era molto diversa. Jagger l’aveva portata quasi come un pezzo folk e in studio diventò lentamente quella specie di samba che conoscete. Una parte della trasformazione venne anche filmata da Jean-Luc Godard mentre gli Stones registravano. Godard scelse una settimana piuttosto buona per entrare in studio con una cinepresa.”

Prese la scheda successiva.

“Guns N’ Roses. Breakdown.”

La lasciò partire senza aggiungere altro.

Quando tornò al microfono, il fischio iniziale gli era ancora in testa.

“Use Your Illusion II, 1991. Slash ha raccontato che fu uno dei pezzi più complicati da registrare. Nel brano suona anche il banjo. Piccolo dettaglio: non sapeva suonarlo, quindi lo accordò come una chitarra. È un metodo come un altro in fondo. La frase just because you’re winning doesnt mean you’re the lucky one, mi è sempre piaciuta dal primo ascolto. Una sorta di verità velata, ma incredibilmente più vivida di quello che possa sembrare ”

La linea lampeggiò durante il finale.

Daniel aspettò.

“Sei in onda.”

La voce era femminile, adulta, tesa.

“Vorrei una canzone per dopo.”

“Finalmente qualcuno che usa la radio correttamente.”

“Qualcosa di caldo.”

“Quanto caldo?”

“Come il posto dove vorresti essere invece di dove sei.”

Daniel si sistemò sulla sedia.

“Va bene. Che è successo?”

“Ho appena avuto una conversazione.”

“Buona?”

“Definitiva.”

Daniel guardò il riflesso del neon sul vetro.

“Capito.”

“Voglio una canzone che faccia pensare a un altro posto. Non per sparire. Solo per ricordarmi che esiste.”

Daniel rimase zitto qualche secondo.

“Ce l’ho.”

“Bene.”

“Te la tengo per il prossimo blocco.”

“Grazie.”

“Una cosa.”

“Sì?”

“Se la conversazione è appena finita, non devi necessariamente risolvere anche il resto stanotte.”

La donna fece un piccolo verso, quasi una risata.

“Ci provo.”

La linea si chiuse.

Daniel tornò in onda.

“Richiesta presa.

Fra poco la manteniamo.

Questa è After the Long Road, WERG 1475 AM. Io sono Orpheus Vale.”

Preparò il blocco successivo.

“Prima la promessa. The Black Crowes. Wiser Time.”

Daniel la lasciò andare quasi tutta prima di parlare.

“Amorica, 1994. Una curiosità adatta a una radio: quando uscì il disco, i Black Crowes fecero anche una trasmissione live mondiale dagli AIR Studios di Londra per presentarlo. Wiser Time era in scaletta. Quindi non siamo i primi a usarla per occupare un po’ di etere.”

Guardò la scheda successiva.

“Garth Brooks. The Dance.”

Daniel lasciò scorrere il brano senza toccare il mixer. Quando finì, tenne chiuso il microfono per un paio di secondi.

“Brooks aveva sentito Tony Arata suonarla al Bluebird Café e gli aveva promesso che, se mai avesse avuto un contratto discografico, l’avrebbe incisa. Poi, quando arrivò il momento, ebbe dei dubbi perché non la considerava abbastanza country. Il produttore Allen Reynolds lo convinse a non lasciarla fuori. Direi che ha fatto bene.”

Abbassò lo sguardo sull’ultima scheda.

“Warren Zevon. Keep Me in Your Heart.”

Non aggiunse altro prima di farla partire.

Daniel rimase fermo fino alla fine. Poi riaprì.

“È l’ultima traccia di The Wind, 2003. Zevon era già malato e registrò questa canzone a casa quando tornare in studio era diventato difficile.”

La terza linea si accese.

Daniel si schiarì la gola.

“Sei in onda.”

Un’altra voce difficile da leggere.

“È tardi per parlare di soldi?”

“Dipende. Se devi chiedermeli, sì.”

“Magari.”

“Vai.”

“Per anni ho pensato che sistemare i soldi avrebbe sistemato il resto.”

“E non è successo.”

“No. Adesso guadagno meglio di prima e continuo a pensarci tutto il giorno.”

Daniel si tolse una cuffia da un orecchio.

“Debiti?”

“Pochi.”

“Qualcuno dipende da te?”

“No.”

“E allora cosa ti preoccupa?”

“Che non siano mai abbastanza. O che se smetto di controllare tutto succeda qualcosa.”

Daniel guardò il bicchiere di caffè.

“Controlli cosa?”

“Conto, risparmi, spese. Tutto.”

“Quante volte?”

“Parecchie.”

“Al giorno?”

Silenzio.

“Okay.”

La voce fece un mezzo respiro.

“Anche a te è capitato?”

“Sì. Ma per motivi meno organizzati.”

“E che hai fatto?”

“Cose molto intelligenti, tipo ignorare il problema finché non diventava più costoso.”

La persona dall’altra parte rise.

“Non mi sembra un consiglio.”

“Non lo è.”

Daniel prese la penna.

“Se i conti sono a posto e passi comunque la giornata a controllarli, forse il problema non è più il saldo.”

“Sì.”

“Non ho una soluzione migliore.”

“Va bene.”

“Benvenuto alla radio.”

La linea si chiuse senza cerimonie.

Daniel tornò in onda.

“Soldi. Tema sempre allegro alle due del mattino.

Ultimo blocco.”

Guardò il primo titolo.

“The Band. The Weight.”

Daniel la conosceva dall’infanzia, da casa e dalla radio. Non ricordava quale delle due fosse arrivata prima.

Alla fine riaprì il microfono.

“Music from Big Pink, 1968. E la Nazareth della canzone non è quello biblica. Robbie Robertson parlava di Nazareth, Pennsylvania, dove ha sede la Martin, quella delle chitarre. Questo spiega almeno l’indirizzo.”

Passò alla scheda successiva.

“Tom Petty. I Won’t Back Down.”

Il pezzo partì.

Daniel seguì il ritornello senza voce.

“Full Moon Fever, 1989,” disse al termine. “George Harrison suona la chitarra acustica e fa i cori. Petty raccontò anche di aver avuto dei dubbi sul pezzo proprio perché gli sembrava troppo diretto. La registrò comunque.”

Restava l’ultimo brano.

Daniel guardò il titolo più a lungo degli altri.

“Pearl Jam. Black.”

La memoria arrivò prima del primo verso.

Un palco anni prima. Un locale più grande di quelli che frequentavano di solito. Lei accanto. Le luci sulla gente davanti.

Daniel non cercò di ricostruire altro.

Lasciò andare la canzone.

Quando finì, parlò con il microfono aperto e la voce più bassa.

“La casa discografica voleva pubblicarla come singolo. I Pearl Jam dissero di no perché per loro era troppo personale per trasformarla in quel tipo di promozione. Le radio la passarono comunque e il brano finì lo stesso in classifica. Epic non ebbe il singolo. Le radio ebbero la canzone.”

La linea squillò quasi subito.

Daniel riconobbe la voce.

“Sei di nuovo tu.”

Il ragazzo esitò.

“Sì.”

“Come va?”

“Peggio.”

“Cosa è successo?”

“Mia sorella mi ha chiamato.

Sta fuori città. Mi ha detto che posso andare da lei per un po’. Mi ha trovato anche un contatto per un lavoro.”

Daniel si appoggiò al banco.

“Quindi adesso hai davvero un posto dove andare.”

“Sì.”

“E ti piace meno di quando era solo un’idea.”

“Molto meno.”

“Normale.”

Il ragazzo rimase in silenzio.

“Prima avevo paura in generale. Adesso devo decidere davvero.”

“Quando?”

“Domani dovrei richiamarla.”

Daniel fece girare una sigaretta spenta tra le dita.

“Ti fidi di tua sorella?”

“Sì.”

“Il lavoro?”

“Non lo so. È solo un contatto.”

“Quindi non devi decidere tutta la tua vita domani.”

“Detta così sembra semplice.”

“Non ho detto che lo sia.”

“Tu te ne sei andato?”

Daniel guardò il vetro nero della regia.

“Sì.”

“E hai fatto bene?”

Ci pensò.

“Alcune volte sì.”

“E le altre?”

“Le altre sono un discorso lungo.”

Il ragazzo rise appena.

“Quindi che faccio?”

“Richiama tua sorella. Chiedile del lavoro. Chiedile quanto puoi restare da lei. Poi hai qualche informazione in più.”

“Molto romantico.”

“È tardi. Ho finito la parte romantica.”

“Grazie.”

“Prima fai la telefonata.”

“Va bene.”

La linea si chiuse.

Daniel aspettò che il rumore sparisse del tutto.

Poi si avvicinò al microfono.

“Questa era After the Long Road.

Seconda notte.

Abbiamo parlato di lavoro, soldi, partenze e di un paio di dischi che probabilmente conoscete meglio di me.

Direi che basta.

Da WERG 1475 AM, Eurydice Ridge, io sono Orpheus Vale.

Buonanotte.”

La luce rossa si spense.

Daniel restò seduto qualche secondo.

La stanza era la stessa della sera prima: vecchia, rumorosa, con il neon nel corridoio che continuava a vibrare e il caffè di Mabel ormai freddo.

Sul bordo del banco era rimasto il suo bicchiere.

Daniel lo prese e uscì dalla regia.


🎙️ La playlist della trasmissione

I dodici brani della seconda notte di After the Long Road, nell’ordine in cui sono andati in onda su WERG 1475 AM.


Credits

After the Long Road è una rubrica narrativa di Isthbox basata su una partita reale a VOID 1680 AM di Ken Lowery.

  • Gioco originale: VOID 1680 AM, Ken Lowery
  • Campagna, partita e adattamento narrativo: Isthalas
  • Ambientazione della rubrica: WERG 1475 AM, Eurydice Ridge
  • Voce radiofonica: Daniel Mercer / Orpheus Vale
  • Musiche citate: brani e artisti indicati nella playlist della Broadcast

La serie non è affiliata ufficialmente agli autori o agli editori del gioco originale.

Resta aggiornato su Isthbox

Ricevi via email le nuove pubblicazioni, recensioni e serie di Isthbox.

Niente spam. Puoi disiscriverti in qualsiasi momento. Leggi la Privacy Policy.

Lascia una risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *